Disabile lasciata a piedi per le visite mediche

25 Marzo 2017

Montesilvano, la protesta di una 26enne non vedente dalla nascita che vive sola e deve sottoporsi a test oncologici. Negata la concessione del mezzo di trasporto

MONTESILVANO. «Voglio solo far valere i miei diritti». È questo l'appello di Daniela (il nome è di fantasia), una ventiseienne residente a Montesilvano, completamente cieca dalla nascita e affetta da problemi oncologici, che chiede un mezzo di trasporto per poter fare le visite mediche. Una richiesta che, però, la disabile si è vista negare nelle ultime ore dagli uffici del distretto sanitario di Montesilvano, dove le è stato comunicato che quel diritto non le spetta.

La giovane, che vive sola e non può contare sull'appoggio della famiglia, è già assistita dall'Azienda Speciale e usufruisce dell'assistenza domiciliare 8 ore a settimana (fino a qualche giorno fa, erano appena 4 contro le dieci che le spetterebbero). Ma questo non le basta a sbrigare una serie di commissioni, come ad esempio effettuare delle visite mediche all'ospedale di Pescara. In appena un'ora, infatti, è impossibile per lei e la sua assistente, raggiungere l’ospedale pescarese da Montesilvano, attendere il tempo della visita e tornare a casa. Così, sulla base della classificazione della sua cecità totale tra le disabilità gravissime, Daniela si è rivolta prima al suo medico curante e poi, impegnativa alla mano, al distretto di corso Umberto per prenotare il trasporto. «Era già accaduto nelle scorse settimane per altre due visite», spiega Daniela, «per le quali mi è stato garantito il trasporto tramite l'associazione Asso Onlus. Eppure, sia mercoledì che giovedì scorsi, al distretto mi hanno negato questa possibilità. Non solo. Sono stata anche offesa dal personale, che ha messo in discussione la mia cecità solo perché stavo facendo una telefonata con il mio cellulare. Come se una persona non vedente non fosse capace di fare nulla. Eppure, siamo nel 2017. Sono stanca di queste umiliazioni, sia per me che per le tante persone che magari accettano in silenzio questi atteggiamenti».

Ma come mai questo diniego? A chiarirlo sono gli stessi uffici sanitari di corso Umberto, interpellati dal Centro. «La direttiva numero 256 del 2015 del direttore generale della Asl», spiegano, «prevede il trasporto per questo genere di trattamento ambulatoriale solo per le persone per cui sia accertata la non trasportabilità con i mezzi comuni, quindi un paziente barellato, oppure per i pazienti che usufruiscono dell'Adi (assistenza domiciliare integrata)». Ma Daniela non si dà per vinta e annuncia che si rivolgerà direttamente al manager della Asl, Armando Mancini affinché le venga riconosciuto questo diritto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA