«Diteci la verità sulla telefonata di D’Angelo»

Tragedia di Rigopiano, la famiglia del cameriere e il comitato vittime chiedono di nuovo chiarezza
PENNE. «Gabriele è morto lavorando fino alla fine, con il suo grandissimo senso di solidarietà e con l’altruismo che lo ha sempre contraddistinto».
Così Francesco D’Angelo esterna il dolore della sua famiglia mentre il processo sulla tragedia di Rigopiano, che ha provocato 29 vittime, tra cui suo fratello gemello Gabriele, cameriere nel resort, è ancora in corso. La prossima udienza preliminare è fissata per il 29 novembre, alle 10.
La famiglia chiede di fare luce, una volta per tutte, sulla telefonata che Gabriele D’Angelo fece al Coc di Penne. Chi sapeva? Chi ha cercato di depistare le indagini, se l’accusa contestata dalla procura dovesse essere provata in sede processuale?
«La famiglia D'Angelo è letteralmente amareggiata. La rabbia e la delusione stanno crescendo insieme al dolore nella nostra famiglia. Il nostro legale sta già lavorando riguardo questa triste faccenda», aggiunge Francesco.
Anche il comitato vittime di Rigopiano ha detto la sua e vuole vederci chiaro una volta per tutte. «Finalmente, dopo tanto lavoro, frutto di un'attenta lettura degli atti, stiamo arrivando a conoscere tutta la verità. La nostra domanda è sempre stata la stessa: come mai?», ha commentato il presidente del comitato parenti delle vittime di Rigopiano, Gianluca Tanda. «I vertici delle istituzioni volutamente hanno deciso di occultare la richiesta di aiuto proveniente dall'albergo per veicolare volontariamente la verità verso una tesi più facile e più comoda a tutti. È chiaro che hanno gestito male la richiesta di aiuto, anzi non l'hanno proprio gestita. Quindi, niente telefonata, niente errore. Perché il responsabile Coc di Penne, dopo la telefonata di aiuto proveniente dall'albergo, chiama il sindaco di Farindola? Sono tanti i punti su cui abbiamo delle perplessità e sui quali andremo avanti con azioni legali affinché venga fuori la verità», conclude il presidente del comitato parenti delle vittime di Rigopiano.
Anche Paola Ferretti, madre di Emanuele Bonifazi, il giovane receptionist del Rigopiano, anche lui vittima della valanga del 18 gennaio 2017, sollecita l’approdo alla verità nel più breve tempo possibile. «Se avessi seguito da subito il mio naturale istinto di madre ferita, non avrei sbagliato granché e a quest'ora gran parte delle cose sarebbero sistemate. Il buonsenso e la correttezza mi hanno fatto scegliere la strada più lunga e speriamo la più giusta, ma una cosa è certa: fino alla fine lotteremo per mantenere la promessa che ho fatto a mio figlio quando l’ho baciato per l’ultima volta: tutti i responsabili dovranno pagare, tutto e tanto. Troppe schifezze stanno emergendo e chissà se ne usciranno delle altre. Certo è che potevano salvarli e li hanno abbandonati a morire, nel modo più vile e meschino. Non può esistere perdono, né adesso, né mai», ha scritto la Ferretti sul proprio profilo Facebook.
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