«Domani 100 candeline Ecco come è cambiata la mia amata Pescara»

10 Luglio 2022

Nata in via Mazzini l’11 luglio 1922: «La spiaggia arrivava fino alle case» «Corso Umberto era la strada più bella. Il sindaco migliore? Mancini» 

PESCARA. Nell'anno, il 1927, in cui Pescara si fondeva con Castellamare Adriatico, creando un’unica città, lei piccolina già scorrazzava lungo via Sabucchi, tra la spiaggia che arrivava sino alle case che oggi sono sul marciapiedi lato monte della riviera, e la ferrovia che all'epoca passava lungo strada Parco.
Il sangue di Bianca Cecamore è più che pescarese e il suo cognome, tipico della zona dei Colli, «che era il centro di Pescara» rimarca, ne è dimostrazione. Domani questa cittadina Doc compirà 100 anni. Nata l’11 luglio 1922 a Castellamare Adriatico, da 98 anni vive nella stessa casa dove è cresciuta con i suoi genitori e altri cinque tra fratelli e sorelle, e dove ha fatto crescere il suo unico figlio, Cesare. È stata dipendente al Comune di Pescara dal 1941 al 1987, per «46 anni di servizio», ricorda lucidissima, andando in pensione come capo dipartimento del personale.
Signora Bianca, che infanzia ha avuto?
«Sono nata in via Mazzini. Poi quando avevo due anni, ci siamo trasferiti qui in via Sabucchi, dove avevano costruito nel 1920 le case dei ferrovieri. Pescara all’epoca era un paesotto. Macchine non ne passavano e nemmeno le biciclette. È stata una fanciullezza meravigliosa. Eravamo una trentina di ragazzi, maschi e femmine, e giocavamo liberi».
Che bambina è stata?
«Ero un diavolo, un maschiaccio. Quando andavo a scuola sono sempre stata promossa, ma non eccellevo. Ma c’era una cosa che mi ha sempre attratto più di tutte e che ancora oggi continuo a seguire alla televisione».
Cos'era?
«Lo sport. Ho cominciato a fare agonismo. Corsa, pallacanestro, atletica leggera. Facevo le gare in giro per l’Italia. Ero una campionessa. Ho frequentato le magistrali al Ravasco e mi allenavo alla Gioventù italiana del littorio. Un giorno, preso il diploma, il comandante Polito mi chiese se mi volevo impiegare alla Gil, così potevo continuare con gli allenamenti. Le mie amiche però stavano tutte al Comune e ho risposto che volevo andarci anche io. Chiamò il segretario generale, avvisandolo che dal giorno dopo avrebbero avuto una dipendente in più. Ho preso servizio così, con una telefonata».
Che anno era?
«Il 1941. Quell'anno richiamarono tutti gli uomini in guerra e così hanno preso tutte ragazze a lavorare al municipio, che stava già a piazza Italia. Si era formato l'ufficio annonario, perché per comprare il pane ci voleva la tessera e noi avevamo il compito di cancellare i generi alimentari che venivano acquistati. A me piaceva primeggiare. Iniziai a fare i concorsi e alla fine sono diventata capo del personale fino alla pensione. Quando ho finito ho pianto. Avrei continuato ad andare in Comune anche senza stipendio».
E dopo la guerra?
«Sono tornati gli uomini. Sono arrivati in Comune e volevano cacciarci. Nel frattempo mi ero sposata con Augusto Riccio, nel 1947, e giusto nove mesi dopo, nel 1948, nacque mio figlio Cesare. Mio marito morì in quello stesso anno di malattia e io rimi vedova. Vincenzo Chiola, il primo sindaco comunista di Pescara, disse “Questa ragazza non si tocca!” e così io rimasi. Era un signore, con un cuore d’oro».
C’è qualche sindaco che le è rimasto particolarmente impresso?
«Antonio Mancini. È stato un ottimo sindaco, ma io sono andata d’accordo con tutti perché mi attenevo scrupolosamente alle regole e facevo quello che dovevo fare, senza strafare. Per me tutti i partiti andavano bene».
Da capo del personale le sarà capitato di vedere qualche raccomandazione.
«Moltissime. Non le chiedevano a me, perché io potevo poco, ma agli altri. Per ogni sindaco, ho sempre fatto la segretaria ai concorsi, quindi ne ho viste tante».
Quando ha cominciato a crescere Pescara?
«Subito dopo la guerra. Quando ero piccina, era un paesino, ma poi c’è stato uno sviluppo incredibile. Ogni tanto usciva qualche palazzo nuovo. C’era tanto lavoro. Anche casa mia, per metà, venne bombardata. Abbiamo dovuto ricostruirla e per i primi mesi siamo andati ad abitare in un’altra casa qui vicino, i cui proprietari erano di Genova».
Come passavate le giornate?
«Si facevano le festicciole da ballo, con il grammofono, nelle case. Mio marito lo conobbi così. Poi negli anni ’50-’60 andavamo a mangiare alla pizzeria Dreher e a prendere il gelato alla Glacia, che stava al piano terra del teatro Pomponi, nella zona dove oggi c'è la Chiesa del mare. E poi c’era corso Umberto, la via più bella. Guai a chi ce la toccava, con le vetrine dei negozi, e Sideri che occupava tutto un lato».
Come sono cambiati i pescaresi?
«Di pescaresi autentici siamo pochi. Pescara, immediatamente dopo la guerra, si è cominciata a riempire di “stranieri”, persone che arrivano da altre città. Quando sono entrata in Comune eravamo 27-28 mila abitanti, quando sono andata in pensione avevamo superato i 130 mila. Una crescita incredibile».
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