Don Cristiano: «Fate chiarezza per scoprire la verità»
L’invito del sacerdote nella chiesa gremita ma senza bara «Per la sua bontà, Alessandro ha pagato il prezzo più alto»
PESCARA. «Lo chiediamo ufficialmente alle forze dell’ordine, alle autorità competenti, di fare chiarezza. E non è implicata solo la famiglia di Alessandro, siamo tutti dentro: è giusto sapere la verità». Don Cristiano Marcucci, amico della famiglia di Alessandro Neri, lo dice dal pulpito della chiesa di San Camillo de Lellis, a Villa Raspa, dopo il vangelo e i cori gospel che rispecchiano il volere della mamma di Alessandro, di non piangere per il figlio ucciso, ma di farlo continuare a vivere. Anche con la musica. «Portiamo Alessandro nel cuore con la sua magica bontà, chi lo ha conosciuto lo sa, la sua bontà era la sua forza e la sua debolezza, ecco perché ha pagato il prezzo più alto. E questo rimane, perché la bontà e l’amore sono le uniche cose che restano in questa vita e così lo vogliamo ricordare». Non fa giri di parole don Cristiano: «Quando la persona cara che si perde è un figlio, per di più in una situazione brutta, questo vuoto credo si possa chiamare col suo nome: baratro. Mi ha colpito in questi giorni che con tutta la nostra città di Pescara e non solo, siamo stati in qualche modo dentro questo vuoto. Che cosa possiamo fare di fronte a questo baratro? La fede non toglie la sofferenza, non toglie tutta la fatica, la rabbia, l’incredulità, lo sgomento. Alessandro non c’è e non torna. Ma questo vuoto si può abitarlo».
«Senza scappare», dice don Cristiano. «Quando non scappo dai miei vuoti, e oggi Alessandro e la sua storia ce ne presenta uno immenso, allora la vita rinasce e acquista in qualche modo un’altra dimensione. Non ci vuole la teologia per sperimentare che le persone che amiamo sono con noi sempre, oltre la dimensione dello spazio e del tempo». Annuisce mamma Laura inginocchiata sul primo bancone dove, stremati da un incubo senza fine sono seduti la figlia Vittoria, il marito Paolo e gli altri due figli Massimiliano e Paolo junior. Nella chiesa di Villa Raspa a poche centinaia di metri dalla villetta di via Londra da dove è uscito Alessandro il 5 marzo c’è tutto il mondo di Alessandro e della sua famiglia. C’è la bandiera del Venezuela, il paese dove è nata la mamma Laura Lamaletto figlia di uno degli imprenditori più noti e potenti di quel Paese prima di rientrare in Italia una ventina di anni fa, e ci sono tanti italo-venezuelani che conoscono la famiglia Neri e ne condividono il dolore da giorni. Ci sono, anche, le tante anime di Alessandro che la chiesa, come faceva lui, raccoglie e mette insieme: i Rangers che fuori, a cerimonia conclusa, gli cantano «Sarai sempre con noi, non ti lasceremo mai, onore a te, grande amico»; gli amici di San Donato e quelli delle periferie cittadine, e poi gli amici del centro, quelli dello stabilimento balneare Oriente e dei giri nei locali. C’è una folla attonita per quel ragazzo perbene ucciso da due colpi di pistola e per quella bara che non c’è, perché in casi come questo, senza la consegna del referto del medico legale, la Procura non rilascia la salma.
Alessandro c’è però, e lo raccontano i volti di chi lo piange. All’appello, in chiesa, dove c’è il sindaco di Spoltore Luciano Di Lorito, mancano lo zio materno Camillo e il cugino Gaetano junior, irreperibili per i carabinieri che aspettano da giorni di interrogarli, e i nonni materni Maria e Gaetano Lamaletto, rimasti a Giuliano Teatino. Non ci sono e non ci potevano essere, perché Laura ha interrotto i rapporti da quando la mandarono via dalla società vitivinicola del padre. E con lei i suoi figli. Ma da Giuliano sono arrivati due cugini e qualche altro che non l’ha dimenticata. All’uscita i palloncini bianchi e azzurri in volo mentre partono i cori e i fumogeni dei Rangers. Abbracci, lacrime. E poi il raccoglimento nella piazzetta dietro alla chiesa che un murales ha intitolato a Nerino, «Nerino nel cuore».(s.d.l.)

