Don Cristiano è cauto: rischioso ripartire

22 Aprile 2020

PESCARA. Se c'è una parte del mondo ecclesiastico che sollecita una ripartenza della vita parrocchiale il prima possibile, c'è anche chi invita a una maggiore prudenza. Don Cristiano Marcucci,...

PESCARA. Se c'è una parte del mondo ecclesiastico che sollecita una ripartenza della vita parrocchiale il prima possibile, c'è anche chi invita a una maggiore prudenza. Don Cristiano Marcucci, parroco della chiesa Visitazione della Beata Vergine Maria, è tra i secondi. «Se la fase 2 prenderà forma e sostanza dal prossimo 3 maggio, le situazioni di assembramento dovranno comunque essere evitate. Faccio fatica a pensare a una ripresa normale della vita parrocchiale. È una responsabilità sociale troppo importante e non si può rischiare che si creino nuove occasioni di contagio». Oltre alle difficoltà funzionali connesse al far osservare le distanze e a garantire il rispetto di tutte le misure di sicurezza, secondo don Cristiano a influire sulla ripartenza saranno anche le paure delle persone. «Non c'è il clima giusto», dice «già prima del lockdown avevamo notato un importante calo nell'afflusso dei fedeli». Discorso a parte per il parroco - attivissimo da settimane sul canale youtube e attraverso i social per alimentare il legame con i suoi fedeli e le riflessioni spirituali - va fatto sui funerali. «Il funerale è una situazione sostanziale faticosa che dovrebbe avere una priorità. È un dramma che deve essere vissuto con le persone più vicine al fianco. Inoltre, il clima sommesso consente di riuscire a rispettare le disposizioni di sicurezza». L'impossibilità di dare un ultimo saluto al caro defunto è uno dei dolori più difficili da superare. «Tra le tante fatiche che siamo chiamati ad affrontare in questo tempo del coronavirus, vi è quella di non poter celebrare il passaggio dalla vita alla morte. Il funerale è un evento fondamentale per il defunto e per le persone care che sempre rivestono un ruolo importantissimo. Non poter celebrare questo momento decisivo significa vivere una mancanza nella mancanza. Il tempo del coronavirus è un tempo di fatica e di mancanze che, se abitate, svelano il sacro e possono trasformare dei gesti ripetuti e inconsapevoli in potenti rituali». (m.pa.)