Don Guido, il pianto di tutta la città

I funerali del sacerdote che nel 1975 fondò l’istituto Don Orione a Pescara: era un faro in una società che va a rotoli
PESCARA. I suoi “ragazzi” oggi hanno i capelli bianchi e gli occhi gonfi di lacrime. Arrivano in silenzio nella cappella del Don Orione. Si scambiano un saluto, un abbraccio o una pacca sulla spalla. Piccoli gesti di consolazione. Come quelli che quotidianamente don Guido Sareli, lo storico direttore dell’istituto di riabilitazione per disabili in via Aterno, era solito distribuire a piene mani ai confratelli e agli assistiti: circa mille utenti al giorno, che in quella struttura nella periferia di Pescara ritrovano il calore umano, la fiducia in se stessi e il senso di appartenenza a una grande comunità cristiana. Nel giorno dell’addio al sacerdote 90enne, che nonostante gli acciacchi dell’età, i 75 anni di ministero religioso e i 67 di sacerdozio nella Congregazione della piccola opera della divina provvidenza, non aveva perso «il volto solare e lo spirito gioviale, aperto e sensibile ai bisogni del prossimo», è una città intera che piange la scomparsa di un faro che ha scelto come bandiera la difesa dei diritti dei più deboli.
Ieri mattina alle 10,30 nella cappella del Don Orione, a pochi passi dall’istituto fondato da don Guido Sareli nel 1975 su quello che un tempo era un semplice terreno incolto che il Comune aveva deciso di destinare ai Figli di Don Luigi Orione, hanno fatto quadrato i sacerdoti di tutta la diocesi e i confratelli sparsi per l’Italia. Accanto a loro centinaia di ragazzi disabili, in carrozzella e non, qualcuno portato per mano dalle mamme e dai papà che per anni non hanno avuto altro punto di riferimento che quell’istituto di riabilitazione estensiva. E poi il personale medico e infermieristico, gli educatori e persino qualche politico mescolato tra la folla come Luciano D’Alfonso e Carlo Masci.
La funzione religiosa è stata officiata dal vescovo di Ascoli Piceno don Giovanni D’Ercole, per un lungo periodo ausiliare all’Aquila, che prima di iniziare la messa ha letto un messaggio di don Flavio Peloso, superiore generale degli orionini.
«Don Guido ci ha portato un’ondata di calore umano e di mitezza spirituale di cui beneficiavano confratelli, dipendenti e assistiti», scrive il settimo successore di don Luigi Orione, «ringraziamo il Signore per il dono di questo confratello che ha dato un notevole apporto alla vita della congregazione con le sue qualità umane, le sue capacità pratiche e la vita spirituale esemplare, vivendo con grande senso di amore filiale».
La lettura delle “Beatitudini”, tratte dal Vangelo di Matteo, rappresentano un inno a seguire l’esempio del sacerdote nato a Veroli, in provincia di Frosinone, e divenuto il paladino degli ultimi.
«Nella sua vita», spiega il vescovo D’Ercole, «don Guido ha sempre cercato di consolare i sofferenti, tentando di trasfondere l’amore di Dio attraverso gesti piccoli e quotidiani. Ci lascia in un tempo particolare, ma adesso cammina invisibile accanto a noi, lasciando ad ognuno qualcosa di sé».
Don Guido Sareli ha fatto il noviziato con don Giulio Cremaschi, prendendo i voti il 15 agosto 1940 e divenendo sacerdote il 19 luglio 1947. Ha iniziato il cammino apostolico al San Filippo di Roma come insegnante. Poi i diversi incarichi nelle case di carità di Palermo, Messina, Roma Ognissanti e Monte Mario.
A Pescara, dopo la lunga parentesi dal 1975 al 1984, è tornato nel 2008 con l’intento di trascorrere qui l’ultima parte della sua vita. Un anno dopo, nel 2009, è rimasto vittima di un incidente proprio davanti al Don Orione, mentre attraversava la strada. Oggi il suo istituto, convenzionato con il servizio sanitario nazionale, conta 20 posti letto, 95 in degenza diurna, circa cento assistenze domiciliari al giorno e un ambulatorio da circa 400 prestazioni quotidiane.
L’immagine della lunga fila di adulti e ragazzi, raccolti in chiesa intorno al feretro al termine della cerimonia, quasi come in una seconda camera ardente, esprime in pieno l’eredità lasciata dal sacerdote alla sua comunità. «Don Guido», rimarca don Achille Morabito, «era il segno della divina provvidenza, una bussola e un faro in questa società che va a rotoli perché mancano i punti di riferimento. Per noi è stato un dono. Affinché il suo esempio e il suo messaggio non vadano perduti, io invito i suoi ragazzi e le sue ragazze a mettere per iscritto i loro pensieri e i loro ricordi su un foglio bianco, senza preoccuparsi della grammatica, perché il cuore è in grado di andare oltre le formalità. Il prossimo anno, nel primo anniversario della sua morte, ci consegneremo questo regalo, come un gesto di consolazione e speranza».
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