Don Max: a Rancitelli la droga portata a casa con il monopattino

Il prete-coraggio denuncia lo spaccio a domicilio. E lancia un appello: no alla scarcerazione frettolosa di chi delinque
PESCARA. Prima i fuochi d’artificio sparati dalla piazza del Ferro di cavallo per annunciare l’arrivo della droga. Poi la consegna della merce attraverso i “bike couriers”, spesso «giovani tossici disperati» che prelevano le dosi dalle case dei trafficanti e le distribuiscono ai destinatari utilizzando taxi, monopattini e biciclette, i mezzi di trasporto più utilizzati ai tempi del coronavirus perché «non danno troppo nell’occhio». Bike couriers: così li chiama don Massimiliano De Luca, per tutti don Max, il sacerdote-coraggio di Rancitelli, che lancia un accorato appello ai magistrati per «la tutela di chi denuncia atti di illegalità per evitare che subisca atti di ritorsione», la «distribuzione degli alloggi popolari su tutto il territorio cittadino per diluire le sacche criminali» e una «più adeguata applicazione degli arresti domiciliari».
In un lunghissimo e potente sfogo don Max, alla guida della chiesa dei Santi Angeli Custodi di via Lago di Posta, «4.300 parrocchiani, di cui 1.400, senza contare gli abusivi, nelle 511 abitazioni Ater», elenca le sofferenze di un quartiere che non può ridursi a «un male necessario perché fa comodo a qualcuno. È mio dovere», scrive, «come prete impegnato sul territorio (e io non voglio passare alla storia come un don Abbondio che non ha visto né udito, ma come un pastore che vede, ode, prega, ragiona, parla, agisce) ricordare a chi è al comando di amministrazioni, forze di polizia e magistratura, che le periferie non sono discariche dove abbandonare lo scarto della società, riducendo quei territori in ghetti che la malavita trasforma in fortezze a proprio uso e consumo. Qualcuno ha calcolato che solo al Ferro di cavallo ci possa essere un commercio di un milione e 400mila euro di droga all’anno. Anche demolendo l’agglomerato di edifici popolari di via Tavo, o i palazzi Clerico, regno della microcriminalità a ridosso della Tiburtina, quale accorto imprenditore verrebbe a investire in quest’area?», si chiede il sacerdote del quartiere assediato da «usura, ludopatia, abbandono scolastico, dilagante povertà, e dove si impara a convivere con la paura perché non c’è solo la presenza del male, ma anche l’assenza del bene».
E allora, che cosa chiedono i cittadini di Rancitelli alla magistratura? «Che sia fedele custode dei diritti delle vittime dei reati», incalza don Massimiliano, «che ponga attenzione alla tutela di chi, dopo aver denunziato atti di illegalità, si vede costretto a subire episodi di ritorsione e di rappresaglia di quanti scontano comodamente la pena agli arresti domiciliari, continuando a delinquere impunemente, col sottofondo di mini faide per il controllo del territorio e offerte usuraie di denaro a famiglie e aziende in difficoltà».
I rancitellesi chiedono, per bocca del loro parroco, che «il senso di giustizia dello Stato non venga smarrito da provvedimenti frettolosi di magistrati che dispongono misure alternative alla detenzione carceraria nei confronti di chi delinque, negando così credibilità alle istituzioni».
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