Don Max: «Salviamo Rancitelli: i bambini giocano tra le siringhe»

20 Maggio 2018

Il parroco dei Santi Angeli Custodi: «Larve umane si aggirano come zombie tra la Tiburtina e via Tavo Dominano bulletti e bische clandestine: il popolo degli indifesi-onesti vive prigioniero dentro casa»

PESCARA. No, quelle che descrive don Massimiliano De Luca, parroco nella chiesa dei Santi Angeli Custodi, non sono le sembianze di un quartiere senza più speranze, ma un universo distopico. Bische clandestine, spaccio di droga, prostituzione, ludopatia, usura, occupazioni abusive di abitazioni e violenze in genere sono la cornice più di un quadro post apocalittico, in cui anche le categorie morali di bene e male sono saltate, che non di un comune agglomerato periferico.
SIRINGHE. L’appello di don Max alle istituzioni cittadine, ma anche alla magistratura e ai cittadini tutti, rasenta la disperazione. Una disperazione per «salvare» Rancitelli, con un occhio posato subito sul disagio dei bambini del quartiere, «abituati a giocare tra le siringhe», scrive il sacerdote rasentando i canoni di una letteratura sulle borgate che si pensava ormai superata, «usate poco tempo prima da quelle larve umane che si aggirano come zombie tra la Tiburtina e via Tavo».
ORRORE. Un orrore che travolge anche i più grandi, con il «triste mercato dello spaccio», in cui si notano, in questo spettacolo di degrado, «i tossicomani raccogliere la merce lanciata dai balconi dalle donne spacciatrici, che, magari sono agli arresti domiciliari». Un film in cui le figure si scompongono e ricompongono, davanti agli spettatori, i «residenti», i quali «possono assistere al rituale del buco, con cucchiaio, accendino, limone, siringa ed eroina, vedendo, impotenti, i tossicomani seduti negli androni dei loro condominii o nei fatiscenti scheletri dei palazzi mai ultimati».
MOSTRI DI CEMENTO. Un palcoscenico tetro popolato da mostri di cemento, che, «nel nostro territorio, sono diversi», e con «i proprietari presunti ignari di quel che vi accade». Un grigiore, dentro al quale «alcuni propongono», fa notare il parroco di frontiera, «di presidiare le strade, abbattere le palazzine abbandonate, presidiare il Ferro di cavallo e i palazzi di via Lago di Capestrano con una sorveglianza fissa», mentre altri suggeriscono di «creare delle strutture per accogliere queste persone di cui ormai non è rimasto nulla, magari in dormitori con presidi medici per assisterli».
Ma la soluzione, secondo don Max, «a questi problemi, non può venire dall’alto, da chi questi problemi non li conosce. Deve venire da chi questi problemi li affronta tutti i giorni, deve venir fuori in primis da noi che stiamo lì tutti i giorni, che viviamo e lavoriamo a Rancitelli». E come? Non delegando «ad altri, alla politica, all’amministrazione quello che oggi dovremmo fare noi. Ripensando il nostro quartiere in una prospettiva di lungo periodo».
E questo soprattutto perché, «non c’è solo il problema della “presenza del male”, ma anche, e soprattutto, dell’“assenza del bene”, ed è questo il problema più grave, che rende sempre più invivibile il nostro territorio. È necessario», invoca pertanto il religioso, «che coloro che sono o saranno a capo dell’amministrazione della nostra Pescara, ricordino che le periferie esistono, ma saranno sempre meno periferiche nella misura in cui se ne interesseranno. Le periferie devono essere la priorità dell’azione delle amministrazioni locali. Non solo Rancitelli, ma anche Fontanelle, San Donato, Zanni».
BULLETTI. Oggi, invece, nel quartiere imperversano i «“bulletti del quartierino”, che tengono prigionieri gli indifesi-onesti nelle proprie case, come se fossero loro i reclusi agli arresti domiciliari», in un luogo in cui «non c’è più una scuola, non c’è stata mai una piazza, né luoghi di sana aggregazione per giovani o anziani o sistemi di videosorveglianza per la sicurezza dei residenti», nel quale però abbondano, in uno svuotamento spirituale sempre più evidente, «centri scommesse, anche a meno di trecento metri dalla parrocchia, e circoli privati, che, chi li conosce, sa cosa siano realmente nella maggioranza dei casi: bische clandestine».
PENA EFFETTIVA. Don Max si rivolge anche all’amministrazione della giustizia. «È necessario», dice, «che la magistratura garantisca che, alla condanna del reo, segua l’effettività della pena, che troppo spesso viene scontata solo parzialmente grazie anche a una legislazione eccessivamente indulgente nei confronti di chi delinque». Ma la pena, rimarca il parroco, andrebbe espiata in carcere, poiché «l’applicazione degli arresti domiciliari, per chi delinque nell’abitazione assegnata dall’amministrazione pubblica, non appare una misura congrua né adeguata, posto che sempre più spesso l’unico effetto è quello di reinserire il malvivente nel proprio contesto ambientale e sociale, consentendogli così di continuare a delinquere».