Don Rocco, il parroco social che raccontava lo sport alla radio

Il prete di Scafa è a San Valentino dopo 8 anni alla guida della chiesa di San Franco a Francavilla «Farò subito l’oratorio e corsi di formazione per insegnare ai giovani a usare facebook e whatsapp»
PESCARA. «I social? Istituirò dei corsi di formazione per insegnare a giovani e adulti a farne buon uso». «Papa Francesco? L’unica volta che l'ho incontrato non è riuscito a parlare perché l’ho riempito di chiacchiere». «Cosa vorrei dai miei parrocchiani? Che pregassero». «Chi sono io? Un prete normale, che tifa il Milan e non mi tiro indietro se c’è da fare una partita di pallone con i ragazzi dell’oratorio». Oppure, se c’è da travestirsi con parrucche e occhialoni per aiutare chi ha bisogno, come accaduto in alcune occasioni.
Con la sua aria paciosa, trasmette fiducia e serenità. Ed è giocosamente carismatica la figura di don Rocco D'Orazio, 51 anni il prossimo 12 dicembre, originario di Scafa dove ha sempre conservato la residenza: dal 17 luglio, dopo più di otto anni alla guida della chiesa Santa Maria Maggiore a Francavilla, quartiere San Franco, 3000 anime, il sacerdote si è insediato nella parrocchia dei Santi Valentino e Damiano, nel centro storico di San Valentino in Abruzzo citeriore. Con i 1900 parrocchiani, don Rocco resterà altri nove anni. Don Rocco D’Orazio, senza “don” sui social, un passato da speaker sportivo a radio Albachiara di Bolognano; direttore del settimanale diocesano “Il Nuovo amico del Popolo”; coordinatore per la pastorale degli oratori; assistente spirituale dell’Unione cattolica stampa italiana regionale, è nato a Pescara da mamma Elia Rosati, 89 anni di Roccamorice e papà Mario, artigiano, scomparso 45 anni fa all’età di 45 anni. È vissuto a Scafa dove la famiglia di origine si è trasferita quando nonno Luigi è stato assunto all’ex cementificio. Un fratello, Luigi, 48 anni, insegnante di religione a Roma. Sin da piccino, quando mamma e papà lo hanno mandato in seminario a Chieti a studiare, ha sentito il richiamo ecclesiastico. La sua formazione spirituale ha nomi e cognomi che hanno impresso una svolta e "lasciato un segno" tra l'infanzia e l'adolescenza: don Claudio Di Liberato, parroco a Scafa; don Panfilo Argentieri, rettore del seminario teatino dove è stato accolto all’età di 10 anni, monsignor Domenico Scotti, vescovo in Molise. All’età di 13 anni entra al liceo San Pio X dove conosce don Bonifacio Mariani, scomparso qualche anno fa. Il 26 giugno 1993, sempre a Chieti, l’ordinazione a sacerdote nella cattedrale di San Giustino, con la messa officiata da monsignor Antonio Valentini. E subito l’assegnazione delle parrocchie di Bolognano, Piano d’Orta e Musellaro. Tra il 1999 e il 2000 a Toronto, inviato dalla fondazione Migrantes della Cei (Conferenza episcopale italiana), è stato vice parroco alla Saint Wilfrid’s church per approfondire i rapporti con i 500mila italiani del Canada. E dal Canada, il ritorno in Abruzzo, a Torrevecchia Teatina prima e a Francavilla poi. Fino a San Valentino adesso.
Don Rocco, quanti cambiamenti nella sua vita pastorale.
Sì, ma io sto bene ovunque. Credo nel rinnovamento, fa bene a noi preti e alla comunità parrocchiale che non ha fatto niente di male per sopportarci per sempre (ride). Ho scelto di servire il Signore, a lui ho donato la mia vita, si va avanti.
Anche a Francavilla ha lasciato una comunità che l’ha molto amata.
Nessun addio. Sono tutti nel mio cuore. Anche nelle parrocchie precedenti ho tanti affetti e amicizie che continuano a vivere. Sento spesso tanti di loro.
Da pochi mesi alla guida della parrocchia di San Valentino. Che obiettivi ha?
Intanto ricostituire anche qui l’oratorio giovanile che è un momento di alta formazione umana e spirituale anche per gli adulti. Giocare una partita a pallone, fare teatro e musica, senza mai perdere di vista le regole di Dio. Vorrei che la comunità pregasse. Vorrei dare loro, con le letture della Bibbia e del Vangelo, le chiavi per comprendere meglio la parola del Signore.
Dunque lezioni bibliche in chiesa?
Sì, per fare crescere una solida fede in ciascuno. Faremo anche ritiri spirituali mensili.
Lei è un sacerdote giornalista, sportivo e tifoso del Milan, appassionato e molto social.
Io sono un prete che usa i social per orientare la comunicazione in senso cristiano. Il mio profilo è pieno di riferimenti a letture evangeliche. Ma ai social bisogna educarsi, promuoverò dei corsi di formazione per insegnarne il corretto uso. Ho un passato da speaker a radio Albachiara di Bologna. Ho tanti amici sacerdoti, Paolo Ferrini, Giuseppe Carà, Marco De Luca, Andrea Sciascia e Michele Saltarelli.
Come si cattura la gente e si porta in chiesa?
Non si cattura. Bisogna aprire il cuore a tutti, senza mettere al centro la propria persona. Il carisma ce lo mette il Signore. La gente vuole solo essere ascoltata. Ha bisogno di sfogarsi, di parlare. Oggi non si fa più. A un metro di distanza chattiamo, invece di guardarci negli occhi.
Quando ha incontrato Papa Bergoglio?
Nel 2013 in Vaticano, eravamo 200 pellegrini, in occasione dei 600 anni dell’ostensorio di Nicola da Guardiagrele che il Santo Padre ha benedetto. Ho un ricordo buffo. Avevo un tale fervore nel raccontare della nostra comunità e della reliquia che l’ho stordito di chiacchiere. Lui ci ha salutati cordialmente, ma forse, dico scherzando, non vedeva l’ora di andarsene.
Papa Francesco che chiede scusa al mondo per i preti pedofili. E poi, anche, l’interrogativo che si ripete: perché non consentire il matrimonio ai preti. Lei che ne pensa?
Ci sono la reclusione in ambienti protetti e sanzioni pesanti per i sacerdoti che sbagliano. Personalmente non sono contrario all’ordinazione dei sacerdoti sposati, ma obiettivamente la vita del prete è slegata da altri contesti. Non sarebbe facile coniugare la famiglia con l’abito talare.
Lei ha mai pensato al matrimonio?
In passato ho avuto momenti di innamoramento. Intorno ai 20 anni, la crisi: sacerdozio o matrimonio? Poi la scelta.
Quanto è complessa la questione migranti?
Molto. Le migrazioni sono indici di un malessere di natura politica con l’uomo che misura tutto in base al denaro. Una società di disperati giova solo ai potenti, noi abbiamo il compito di educare al valore dell’accoglienza, di creare coscienze attente ai valori.
La parte più difficile dei cambiamenti di parrocchia?
I traslochi. Le partenze e le ripartenze. Ogni volta è come cambiare casa.

