Don Vito va in Cassazione: lo Stato non può processarmi

9 Marzo 2017

Via al dibattimento contro l’ex parroco di Villa Raspa di Spoltore già condannato dalla Chiesa La difesa: non può essere giudicato due volte per lo stesso reato. Il 10 aprile decisione della Corte

PESCARA. Arriva davanti alla Corte di Cassazione il caso di don Vito Cantò, l’ex parroco della chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore accusato di abusi sessuali su un minorenne. E la decisione della Cassazione sul parroco di 44 anni originario di Cepagatti potrebbe riscrivere i rapporti tra Chiesa e Stato. Perché don Vito sostiene che lo Stato non può giudicarlo: il prete vuole rispondere solo alla Chiesa che l’ha dichiarato già colpevole. Nel 2014, il parroco è stato condannato dal tribunale ecclesiastico e, adesso, è anche imputato al processo penale partito ieri a Pescara con la prima udienza.

In una memoria difensiva, il parroco dice che non può essere giudicato due volte per lo stesso reato. E il 10 aprile prossimo la Cassazione si pronuncerà sulla questione del «ne bis in idem» sollevata dall’avvocato di don Vito, Giuliano Milia: se un clerico è stato dichiarato già colpevole dalla Chiesa, lo Stato non può giudicarlo ancora. Sarebbe un precedente pericoloso: se i giudici della Suprema corte si schierassero con questa tesi, ogni chiesa potrebbe diventare una zona franca al riparo della giustizia penale. Paradossalmente, basterebbe una condanna canonica, come l’obbligo a una vita monacale per un periodo, a bloccare un processo penale per reati gravi con pene fino a 10 anni di reclusione.

Per la famiglia del ragazzino vittima degli abusi, diventato ormai maggiorenne, il processo non si deve fermare: l’avvocato Vincenzo Di Girolamo ha presentato una memoria per chiedere che il processo vada avanti. In ogni caso, a scandire le tappe del dibattimento sarà la decisione della Cassazione. Si tornerà in aula, a Pescara, l’8 giugno a sentenza depositata.

Il tribunale ecclesiastico ha condannato il parroco a una pena perpetua, il divieto di svolgere attività parrocchiali con minorenni, e a pene temporanee: don Vito è sospeso per tre anni dal ministero sacerdotale e in questo periodo non può celebrare messa se non con un altro parroco accanto o senza fedeli davanti a sé; per 5 anni è consegnato all’obbligo di dimora per una «vita di preghiera e di penitenza» all’interno di un monastero di Roma destinato ai «sacerdoti che si trovano in particolari difficoltà» e deve seguire «un percorso psicoterapeutico». Don Vito ha evitato la pena ecclesiastica più alta, quella della dimissione, cioè la perdita dello stato clericale. La Chiesa gli ha dato un’altra possibilità e don Vito solo alla Chiesa vuole rendere conto.

Il caso riporta al 2013 quando alla curia di Pescara arrivarono voci di presunti abusi sessuali su un ragazzino. Nell’estate del 2013, con il processo canonico alle battute iniziali, fu l’arcivescovo Tommaso Valentinetti a sospendere don Vito «ad cautelam» ma senza informare le forze dell’ordine dei presunti abusi sessuali. Proprio in quel periodo il parroco lasciò misteriosamente e improvvisamente la parrocchia di Villa Raspa e si dimise dal suo ruolo di educatore negli scout dell’Agesci. Dopo l’inizio del processo canonico, i genitori del ragazzo si rivolsero alla squadra mobile guidata dal capo Pierfrancesco Muriana rivelando che, tra il 2011 e il 2012, ci sarebbero stati incontri sessuali tra il prete e il minorenne nell’alloggio canonico. Secondo gli atti dell’inchiesta, coordinata dal pm Salvatore Campochiaro, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzo e lui si sarebbe confidato con i genitori.

Due processi paralleli: per don Vito, devono restare tali; per la famiglia del ragazzo, devono incrociarsi tanto che la sentenza della Chiesa è stata già depositata.