Donne e bambini a Moscufo: ma tra la gente domina la paura

2 Agosto 2020

Cinquanta extracomunitari in una struttura della zona industriale. In quarantena per 14 giorni

MOSCUFO. Si sporgono dai balconi e ti cercano con lo sguardo. Sorridono. Poi salutano con la mano o con entrambe. Qualcuno disegna con le dita la v di vittoria. Un bimbo stringe un palloncino bianco che gli è stato donato all’arrivo, assieme ai lecca-lecca, dagli operatori della struttura di accoglienza in via Cristoforo Colombo, nella zona industriale di Moscufo, in segno di benvenuto e di ospitalità. Una mamma con una mascherina sul viso tiene in braccio un bimbo a piedi nudi, coperto solo da un asciugamano, mentre un papà tira su la sua piccola per mostrarle i campi dell’hinterland pescarese dove adesso possono trovare riparo sotto un tetto sicuro per 14 giorni, il tempo di osservare la quarantena fiduciaria. Entrambi stanno mangiando un panino e nei loro occhi c’è la gioia di essere finalmente in salvo.
I cinquanta migranti assegnati dal ministero dell’Interno (dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione) al centro di accoglienza di Moscufo sono arrivati ieri mattina poco prima delle 7, a bordo di due autobus, scortati da polizia, carabinieri e guardia di finanza. Sono originari del Mali, della Costa d’Avorio, del Senegal, della Liberia e del Ghana. Arrivano dall’hub di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, trasferiti pochi giorni addietro dall’isola di Lampedusa. Sono soprattutto famiglie. La metà di loro ha meno di 18 anni e, nel gruppo, c’è anche un neonato. Resteranno in Abruzzo per due settimane per quello che tecnicamente si chiama «isolamento fiduciario»: una sorta di quarantena precauzionale che dura 14 giorni. Come hanno fatto sapere le autorità sanitarie, i migranti sono risultati tutti negativi ai test sierologici, effettuati prima di partire per individuare i possibili anticorpi del Covid.
Ma entro domani saranno comunque sottoposti ai tamponi della Asl per scacciare ogni timore che la struttura di accoglienza di 900 metri quadri lungo la strada che da Moscufo porta a Cappelle sul Tavo, poco più avanti del bivio Casone, possa essere teatro di un focolaio. «Sono persone disperate, purtroppo in giro c’è tanta ignoranza», scrolla la testa Francesco Felicione, un operatore che si è occupato della prima accoglienza delle famiglie africane, «i bambini sono stati felicissimi di ricevere i palloncini e i lecca-lecca. La palazzina è divisa in cinque appartamenti e al piano terra ci sono i locali della mensa, ma in questi giorni non potranno mangiare insieme. È una misura che è stata disposta per prevenire il rischio di contagi».
Finalmente sollevato, dopo l’alzata di scudi iniziale, anche il sindaco di Moscufo, Claudio De Collibus, arrivato ieri mattina poco dopo le 10 nella struttura di accoglienza in via Cristoforo Colombo. Per motivi di sicurezza l’arrivo dei cinquanta migranti è stato anticipato di qualche ora, rispetto a quanto comunicato venerdì al termine della riunione tecnica in Prefettura. «Il paese non ha preso bene l’arrivo degli immigrati», evidenzia il primo cittadino, «ma purtroppo il Comune non ha poteri. Sono provvedimenti che ci vengono imposti dall’alto, ma non è facile farlo comprendere ai cittadini che oggi sono preoccupati anche per la ripartenza del Covid. Personalmente, mi sono tranquillizzato quando mi hanno spiegato nei minimi dettagli tutti i controlli che ci sarebbero stati e, soprattutto, che le persone ospitate sono famiglie con bambini piccoli e non uomini adulti, che potenzialmente avrebbero avuto un interesse maggiore a scappare. Inoltre, sembra sicuro che dal 15 agosto saranno trasferiti da un’altra parte».
Nel frattempo, nei prossimi 14 giorni di quarantena, la struttura di Moscufo sarà sorvegliata giorno e notte da dieci uomini delle forze dell’ordine. Anche il retro della palazzina, che si affaccia sulle campagne circostanti, sarà illuminata di notte con una torre faro portatile messa a disposizione dalla Protezione civile per scongiurare tentativi di fuga.
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