«Donne stuprate, bimbi... La prima volta ho pianto»

Il primario del pronto soccorso dell’ospedale civile racconta la sua esperienza da volontario a Lampedusa: vedi la sofferenza, ma anche la speranza
PESCARA. «Ti accorgi di loro dall’odore, non c’è foto che renda. L’odore dei bisogni corporali, di giorni in giorni alla deriva in mare, non si può descrivere». Il professor Alberto Albani (nella foto), direttore della medicina d’urgenza all’ospedale civile dove è responsabile del pronto soccorso, è rientrato da poco da Lampedusa. Come volontario Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta), da tre anni, due volte l’anno, con alcuni infermieri del pronto soccorso pescarese partecipa alle operazioni di soccorso dei migranti, a bordo delle motovedette della guardia costiera. Un’esperienza forte e irrinunciabile, per il dottore con la passione per il mare, pronto a ripartire già a ottobre. Anche se confida: «La prima volta a Lampedusa mi sono messo a piangere. Ho visto donne stuprate, ferite, gambe spezzate, bambini disperati, senza i genitori. Chi non lo vede non può neanche immaginare. Sono scene completamente diverse da quello che ogni giorno si vedono al telegiornale. Ma è un’esperienza che auguro a tutti: capisci la sofferenza, la disperazione. Ma anche la speranza».
Accetta di raccontare, il dottor Albani, «ma solo per mettere in luce il lavoro, silenzioso e generoso, degli ignoti che stanno facendo la storia. Ragazzi che per 1.200 euro al mese, spesso senza neanche le indennità pagate, escono giorno e notte. Giovani della Guardia costiera, della Marina, della Finanza, illustri sconosciuti lasciati in prima linea da un’Europa che non ci aiuta e da un’Italia che da lì appare lontana, come si capisce dai cartelli “non ci sentiamo italiani” dei lampedusani, popolazione splendida che considera ancora sacro il salvataggio in mare».
«Si arrivano a fare anche 700 chilometri in 10 ore, 170 miglia ad andare e altrettante a tornare», racconta Albani che quando va a Lampedusa è il medico del primo soccorso, quello che per primo valuta le condizioni dei profughi. E l’esodo, visto dal mare, ha occhi e voci, sguardi e pianti a dirotto, ma anche sorrisi e mani che si stringono e che lui quando può, cerca di fotografare.
«Guardandoli in faccia, impari a riconoscere anche le loro storie, i loro percorsi», riferisce il primario. «Ci sono i migranti che scappano dalla miseria, sono quelli che arrivano dal Corno d’Africa o dal Centro dell’Africa dopo mesi e mesi di viaggio. Per loro quello in mare è solo l’ultima tratta di un percorso infernale in cui vengono venduti di banda in banda e le loro donne stuprate. Poi ci sono i migranti che arrivano da zone di guerra, ma anche lì vanno distinti gli africani, i più poveri, quelli che arrivano sui gommoni più sgangherati, dai siriani, spesso ingegneri, medici, avvocati che hanno avuto la famiglia sterminata e fuggono portandosi dietro telefonini e Ipad concedendosi anche barche più affidabili e giubbotti di salvataggio». Pagano dagli 800 ai 3mila euro, «soldi», racconta ancora Albani, «che spesso anticipa tutto il villaggio quasi un investimento per i soldi che potrà rimandare lui in futuro». Drammatiche e piene di umanità, le operazioni di salvataggio. «Ogni equipaggio è composto da cinque marinai, un medico, un infermiere e due sommozzatori, pronti a tuffarsi in caso di gente in acqua. Il radar a bordo individua anche di notte questi barchini in mezzo al mare e con la motovedetta vai a cercarli, rallentando, con il rischio di andargli addosso. Quando i fari li illuminano vedi la gioia. Ma quello è il momento più pericoloso, perché quando la motovedetta si avvicina tendono tutti a buttarsi su un lato, con il rischio di ribaltarsi. Per questo ci si avvicina con due motovedette, una per lato e lì, in quei frangenti, capita di individuare lo scafista. Da come si muove, da come tiene a bada e dà ordini a tutti, spesso usando anche le mani». Poi uno a uno vengono tirati sulla motovedetta, rifocillati e riportati a terra (i casi più gravi sulle navi da guerra) fino al molo militare di Lampedusa. «Ma i turisti», conclude il primario, «non si accorgono di nulla».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

