Due anni fa il primo lockdown Albani: non ce ne saranno più

10 Marzo 2022

PESCARA. «Con la situazione attuale, alla luce dei dati, è escluso un nuovo lockdown totale. Le regole di prudenza sono sempre le stesse e vanno rispettate, dovremo prestare attenzione il prossimo...

PESCARA. «Con la situazione attuale, alla luce dei dati, è escluso un nuovo lockdown totale. Le regole di prudenza sono sempre le stesse e vanno rispettate, dovremo prestare attenzione il prossimo autunno e dobbiamo sperare che non arrivino nuove varianti più aggressive, ma al momento non ci sono condizioni per pensare ad altre chiusure totali». Così afferma il referente regionale per le emergenze, Alberto Albani, a due anni esatti dall'entrata in vigore del primo durissimo lockdown che scattò nel 2020.
IL LOCKDOWN. Era la sera del 9 marzo, quando l'allora premier Giuseppe Conte annunciava per il giorno successivo il lockdown del Paese.
In Abruzzo, quando scattò la chiusura totale, il 10 marzo, i casi di Covid-19 erano appena 54 e c'era stato un solo decesso. L'obiettivo, però, considerato quello che stava accadendo in Lombardia e in altre regioni del Nord, era di frenare quanto più possibile la corsa del virus e consentire al sistema sanitario di prepararsi. Ma nonostante una situazione che sembrava fuori controllo su tutti i fronti, nei due mesi di lockdown i numeri erano minimi rispetto a quelli a cui ci si è poi abituati.
Il record di nuovi casi accertati in un solo giorno, il 29 marzo 2020, fu di appena 160 contagi. Il record assoluto, lo scorso 8 gennaio, è stato addirittura di 5.479 nuovi casi.
In ospedale, nei giorni più duri, c'erano però oltre 500 persone, 76 delle quali in terapia intensiva: il sistema faceva fatica a gestire quei numeri, la sanità era bloccata ad eccezione delle urgenze e mancavano i respiratori. Oggi in ospedale ci sono meno della metà delle persone, solo dieci in terapia intensiva, e la situazione è facilmente gestibile. Nei due mesi di lockdown si registrarono inoltre circa 350 decessi. Il tasso di letalità era altissimo, superiore all'11%, mentre ora è all'1%.
IL CONFRONTO. Completamente diversi, dunque, i numeri odierni, che rendono inutile ogni confronto. Tra il 27 febbraio e ieri i nuovi casi sono stati ben 11.232. Oggi, a differenza di allora, però, le strutture sanitarie si sono attrezzate, le cure esistono e, soprattutto, ci sono i vaccini.
Non a caso, a dispetto dei numeri altissimi, attualmente, ad eccezione dell'obbligo di mascherine al chiuso, le restrizioni sono pressoché inesistenti e riguardano soltanto le persone non vaccinate.
Ma le regole di prudenza «ci sono e bisogna continuare a rispettarle», dice Albani, secondo il quale è importantissimo continuare ad osservare le norme comportamentali che prevedono di evitare assembramenti e di usare le mascherine al chiuso o laddove non sia possibile evitare luoghi affollati.
LA SITUAZIONE OGGI. Secondo l'esperto, che è a capo della task force abruzzese per l'emergenza Covid-19, è in miglioramento. «Ciò che conta, ormai», sottolinea Albani, «è la pressione ospedaliera, che in Abruzzo è bassissima ed in continua discesa».
Il tasso di occupazione dei posti letto, infatti, scende al 6% per le terapie intensive e al 20% per l'area medica, valori pienamente compatibili con la zona bianca in cui l'Abruzzo si trova da lunedì. Sul fronte nuovi casi, rallenta la velocità di discesa della curva e l'incidenza settimanale dei contagi per centomila abitanti sale lievemente.
Il referente per le emergenze parla, in questo caso, di «piccoli rigurgiti del virus» e sottolinea, comunque, che «l'indice Rt oggi non ha più senso, perché si tratta di casi asintomatici o con sintomi lievi che non rappresentano un problema. Non ci sono le condizioni per un nuovo lockdown. Ovviamente dobbiamo sperare che non arrivi una nuova variante più aggressiva, ma al momento», conclude l'esperto, «non ci sono le condizioni».