E la Toto Holding chiede l’annullamento della gara

Impugnata al Tar per bloccare la procedura milionaria ritenuta viziata e illegittima Perché avviata dalla gestione commissariale che dal 2012 sarebbe dovuta cessare
ROMA
È. l’ennesimo colpo di scena: la società Toto Holding ha deciso di chiedere l’annullamento della gara bandita un anno fa sul sito di Bussi sul Tirino. Nei giorni scorsi si è stati ad un passo dall’affidamento dei lavori di progettazione e bonifica di due aree di proprietà Solvay a monte dello stabilimento industriale. Poi all’ultimo istante un rinvio, sine die, per motivi ad oggi ancora sconosciuti. E forse, a questo punto non se ne farà più nulla e quelle buste non verranno mai aperte: il ricorso in questione infatti getta nuovi dubbi sulla legittimità dell’intera gestione del dossier. E potrebbe rappresentare la pietra tombale della procedura su cui da dicembre 2015 si sono registrate polemiche, contrasti burocratici e inciampi istituzionali che ora hanno anche un risvolto giudiziario.
Fermate quella gara. Per Toto Holding non ci sono dubbi: si deve fermare tutto e ricominciare a ragionare secondo una logica diversa. Perché finora l’amministrazione competente avrebbe ignorato la sua istanza di attivare un intervento di bonifica e reindustrializzazione dell’intero sito di interesse nazionale. Privilegiando invece una soluzione parziale, che rischia di prosciugare l’intero importo delle risorse pubbliche a disposizione. Finiti i soldi per questa bonifica che ne sarà del risanamento dell’intero perimetro del sito inquinato? Una bella gatta da pelare, specie per il ministero dell’Ambiente che da agosto è subentrato nella gestione del sito di interesse nazionale di Bussi e che sta cercando di ricostruire le ragioni delle scelte effettuate nel corso degli anni dalla struttura commissariale che quella gara ha bandito. E lo fa con grande difficoltà: perché nel frattempo l’ex commissario Adriano Goio è morto, le carte ancora chiuse a chiave in alcuni uffici abruzzesi, spesso non si trovano e più spesso sono di difficile comprensione. E la contabilità resta praticamente affare quasi imperscrutabile: sul perché e come siano state spese finora le risorse pubbliche è ancora mistero fitto, mentre continuano ad arrivare le richieste di pagamento da parte dei creditori.
Decide il Tar. E ora c’è pure la richiesta di annullamento della gara, che si associa ad una pretesa di risarcimento del danno e che probabilmente si porterà dietro anche la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale. Sempre che il Tribunale amministrativo della regione Lazio presso cui il ricorso è stato depositato il 29 dicembre lo ritenesse indispensabile per potersi esprimere sul caso. Ma che dice nel dettaglio questo ricorso? Denuncia un vizio di fondo. Quello relativo alla competenza stessa della struttura, al cui vertice era posto Adriano Goio, e che potrebbe travolgere l’intera procedura: all’epoca in cui venne intrapresa la via della gara il commissariamento era già formalmente cessato. Perché una legge, tre anni prima del bando, aveva stabilito la fine di tutte le gestioni straordinarie entro il 2012. Da allora in poi, è il ragionamento di Toto Holding, si sarebbe dovuto procedere alla mera gestione corrente per completare, al limite le attività già avviate. Nulla di più. Certamente non una gara da una quarantina di milioni.
Leggi nel mirino. E non è tutto. Perché il ricorso mette pure in discussione la legittimità costituzionale delle norme di legge che, in corso d’opera, sono state varate per dare copertura alle decisioni nel frattempo intraprese dopo la fine dello stato di emergenza: per i legali dell’azienda, che ora minacciano battaglia in tribunale, quegli atti sarebbero lesivi delle prerogative che spettano all’autonomia della regione. Che segnala, per bocca del governatore Luciano D’Alfonso, almeno dal 2014 l’anomalia: e cioè che la struttura commissariale, anziché procedere al trasferimento degli atti, in assenza di un rinnovo della dichiarazione d’emergenza, continuava a svolgere iniziative autonome, senza alcuna interlocuzione con i vertici della regione, senza chiedere pareri e pure guardandosi dal fornire le informazioni che venivano richieste. Tanto basta alla Toto Holding per affermare che il governo nel prorogare la struttura commissariale «ha inteso unilateralmente sanare l’attività di un suo organo che aveva agito in totale assenza di potere». Attività inoltre illegittima per violazione di legge. Perché il bando contestato mirerebbe esclusivamente alla bonifica e non anche alla reindustrializzazione e quindi alla ripresa dell’occupazione nell’area. «Ciò - si legge ancora - risulta non solo in contrasto con le previsioni legislative, ma è anche assolutamente irragionevole specie tenendo presente che da anni Toto Holding ha manifestato interesse alla realizzazione di un piano di ripristino ambientale congiuntamente ad un piano di valorizzazione produttiva del sito».
Parola a Galletti. Incomprensibile è dunque ritenuto l’operato del commissario delegato che queste esigenze avrebbe invece del tutto escluso dall’avviso di gara. E allora? Il bando è carta straccia e dovrebbe essere accantonato. Perché non rispetta il fine di legge (il risanamento e la reindustrializzazione). E perché esaurisce tutte le risorse disponibili in cassa soltanto per una parte del sito «per non meglio specificate ragioni». Uno spacchettamento che rischia di frustrare le analoghe esigenze di altre aree del Sito di interesse nazionale a cui va restituita complessivamente una vocazione produttiva. La palla è ora al tar, sempre che il ministero dell’Ambiente non riveda autonomamente la procedura ravvisando la ragionevolezza di questo percorso alternativo. Ma per ora la strada, per Toto, è parsa in salita. Tanto da schierare gli avvocati. «Il ministero riferisce che starebbe portando avanti le interlocuzioni con i soggetti interessati, ma la ricorrente non è mai stata convocata e con questo diniega la proposta di Toto non riconoscendo la società come soggetto interessato». Insomma la gara sarebbe illegittima e il diniego «capzioso». L’unica soluzione è bloccare la procedura «considerato il pregiudizio per tutti gli interessi pubblici coinvolti». Aspettando i giudici la parola al ministro Gian Luca Galletti.(i.pro.)

