E le antiche miniere diventano una risorsa

Due eventi a Chieti e Pescara per parlare di prospettive future e del progetto di valorizzazione
PESCARA. Due appuntamenti per svelare tutti i misteri delle miniere abbandonate della Majella. A proporli è il Graim. il primo è in programma sabato prossimo, 27 luglio, mentre il secondo si terrà il 9 agosto. Quello del 27 luglio si svolgerà a partire dalle 18 al Castello d’Avalos di Colledimezzo (Chieti), quello del 9 agosto, invece, si svolgerà al Museo delle Genti d’Abruzzo (a partire dalle 20.30). Il tema, per entrambi, sarà “Miniere sotterranee abruzzesi: lignite, bauxite, ferro, marna, zolfo, bitume e asfalto. Situazione attuale, nuove scoperte e prospettive future”.
«Il versante del massiccio compreso tra Scafa, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Manoppello, Lettomanoppello, Abbateggio e Roccamorice, ma anche Tocco da Casauria, Caramanico, Turrivalignani, Bolognano, Serramonacesca e Popoli», spiega lo speleologo Gabriele La Rovere, «è di particolare interesse storico-archeologico-industriale. Le prime tracce dello sfruttamento minerario sulla Maiella risalgono al Neolitico; un panetto di bitume rinvenuto nel comprensorio è stata datato circa 4700 avanti Cristo». C’è anche un altro panetto, risalente a duemila anni fa, che attesta come anche i romani cavassero questo materiale nella zona. Nei secoli successivi l’attività estrattiva è testimoniata dalla presenza pionieristica di piccoli imprenditori locali, ma è in epoca moderna, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, che venne organizzata in forma industriale e fece del bacino minerario uno dei giacimenti di rocce asfaltiche e rocce bituminose tra i più importanti d’Italia. Della ventina di miniere censite, alcune nel territorio del Parco nazionale della Majella, restano centinaia di gallerie sotterranee strutturate anche su molteplici livelli sovrapposti: chilometri di binari, carrelli, bunker sotterranei, montacarichi, tramogge, stazioni di carico, stabilimenti e centrali idroelettriche, il tutto inesorabilmente abbandonato a se stesso. La meravigliosa testimonianza dell’alacre e duro lavoro dei minatori d’Abruzzo va scomparendo perché la montagna si sta riappropriando del suo territorio, cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria. Un importante progetto per la valorizzazione futura dell’intero comprensorio è stato recentemente avviato dell’Agenzia del Demanio in collaborazione con la Soprintendenza, il Parco nazionale, la Regione, la Provincia e l’Anci.

