E restano immutate le richieste di 151 anni per 26 degli imputati

16 Febbraio 2023

I nomi e i quattro diversi filoni dell’inchiesta sulla strage Solo per quattro imputati la Procura non vuole condanne

PESCARA. Ventisei condanne per un totale complessivo di 151 anni e mezzo di reclusione, e quattro assoluzioni: queste le richieste, formulate a novembre e di fatto ribadite ieri dall’accusa, nell’udienza con il rito abbreviato a carico dei 30 imputati coinvolti, a vario titolo, nel processo per la morte delle 29 persone rimaste sotto le macerie dell'hotel di Rigopiano, il 18 gennaio del 2017.
IL LUNGO ELENCO.
Le richieste più pesanti riguardano l'ex prefetto di Pescara Francesco Provolo: 12 anni cumulando il depistaggio con il disastro; seguono poi il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, 11 anni e 4 mesi, e il dirigente dello stesso Comune, Enrico Colangeli, 11 anni e 4 mesi; 10 anni a testa per il dirigente provinciale Paolo D'Incecco e per il responsabile della viabilità Mauro Di Blasio; 9 anni per la dirigente prefettizia Ida De Cesaris; e poi pene più basse per tutti gli altri: 8 anni per Leonardo Bianco, dirigente prefettizio; 7 anni per Vincenzo Antenucci, dirigente regionale; 6 anni e 8 mesi per Bruno Di Tommaso, gestore del resort travolto dalla valanga; 6 anni ciascuno per l’ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco e per gli ex sindaci di Farindola Massimiliano Giancaterino e Antonello De Vico; 5 anni per i dirigenti o funzionari della Regione Carlo Giovani, Carlo Visca, Emidio Primavera, Pierluigi Caputi e Sabatino Belmaggio; 4 anni per Giulio Honorati, comandante della polizia provinciale e identica richiesta di pena per il tecnico Luciano Sbaraglia; 3 anni al tecnico Tino Chiappino; 2 anni e 8 mesi per ciascuno dei funzionari della prefettura Giulia Pontrandolfo, Giancarlo Verzella e Daniela Acquaviva; 2 anni e sei mesi per il tecnico Andrea Marrone e infine un anno per l’altro tecnico Giuseppe Gatto. A queste richieste si aggiunge la sanzione pecuniaria di 200mila euro per la società Gran Sasso resort & spa. La stessa procura si è però espressa per le assoluzioni di quattro dei 30 imputati, vale a dire: Salvatore Angieri, ex vice prefetto; Sergio Mazzia, ex vice prefetto; Antonio Sorgi, all’epoca dirigente regionale e attualmente direttore generale dell’ente; e infine per Paolo Del Rosso, imprenditore.
I QUATTRO FILONI.
Le accuse, suddivise in quattro diversi filoni dell’inchiesta sono di disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni plurime colpose, falso e abusi edilizi. Sono ipotesi di reati contestato a vario titolo e in base ai quattro livelli dell’inchiesta. Il primo, che coinvolge il Comune di Farindola, si riferisce ai permessi rilasciati per ampliare il resort e realizzare il centro di benessere, ritardando, nel contempo, l’approvazione del nuovo Piano regolatore generale che, in base a una perizia geomorfologica, avrebbe certamente posto un veto, per via del canalone di valanga che incombeva alle spalle del resort.
Poi c’è il livello regionale che riguarda la carta del pericolo valanghe (Clpv) non fatta, e appaltata solo dopo il disastro. In questo caso, la politica è uscita da tempo dall’inchiesta sulla catastrofe a differenza dell’apparato tecnico-dirigenziale della Regione.
Quindi c’è il livello contingente e cioè una presunta lunga serie di errori, omissioni e ritardi subito prima, durante e immediatamente dopo la valanga. Un filone che, in sintesi, coinvolge sia la Provincia sia la prefettura accusate di aver sottovalutato il pericolo, il rischio e l’emergenza. E infine c’è il depistaggio, altrettanto presunto ma certamente grave, che tira in ballo ex prefetto e sottoposti e che sarebbe avvenuto nei giorni successivi alla strage. Oggi e domani di nuovo spazio alle difese. E il 23 febbraio prossimo, cioè tra appena sette giorni, conosceremo il verdetto. Atteso ormai da sei interminabili anni.
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