Erdogan vince di misura Ma l’Osce boccia voto

18 Aprile 2017

Turchia, la riforma passa col 51,4%: tutto il potere nelle mani del presidente L’opposizione: convalidate schede senza timbro, consultazione da annullare

ROMA. Il plebiscito che a Recep Tayyp Erdogan aspettava non c’è stato, perché la vittoria della sua riforma presidenziale, con i consensi al 51,4% è di misura. E non c’è neppure il sigillo degli osservatori internazionali dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezze e la cooperazione in Europa), che gettano ombre sul voto parlando di «violazione degli standard europei e internazionali» in un contesto «inadeguato allo svolgimento di un processo genuinamente democratico» e puntano il dito contro la decisione della Commissione elettorale soprema turca (Ysk) di conteggiare come valide schede senza timbro ufficiale. Un numero di schede enorme, 2,5 milioni, conteggiate nel 60% dei seggi nonostante non fossero state vidimate, denuncia il principale partito di opposizione, il socialdemocratico e kemalista Chp, che chiede l’annullamento del voto di domenica per sospette irregolarità, mentre il partito filo-curdo Hdp si dice pronto a ricorrere alla Corte europea dei diritti umani. Ieri sera migliaia di persone sono scese in strada per contestare l’esito del voto a Istanbul, come in altre città, da Ankara a Smirne.

Un Paese diviso. Il successo consegna dunque il Paese a un nuovo “sultano”, un presidente che, con il superamento del parlamentarismo e la scomparsa della figura del premier, concentrerà nelle sue mani tutto il potere esecutivo e avrà potere di nomina non solo dei ministri, ma anche di alti funzionari dello Stato, giudici, diplomatici, rettori universitari. Guiderà però un Paese spaccato, in cui a decretare la vittoria nelle urne è l’Anatolia profonda, le aree rurali islamiche e tradizionaliste, mentre tutte le grandi metropoli, dopo anni, voltano le spalle a Erdogan. A partire dalla “sua” Istanbul, dove il “no” incassa il 51,3%. Un risultato a cui fa da contrappeso la vittoria ottenuta da Erdogan all’estero: il “sì” tra gli emigranti prevale con il 59,4% dei consensi, trionfando in Germania, Francia, Olanda, Belgio e Austria. Per il super presidente è solo questo che conta: il risultato decretato dalle urne qualunque esso sia, ottenuto «nonostante gli attacchi» fatti «con spirito da crociati»: «È l’elezione più democratica» vista in un Paese occidentale, dice replicando alle critiche dell’Osce, «per questo state al vostro posto: non vedremo rapporti che preparate con motivazioni politiche». «Posizione prevenuta» attacca il governo turco, definendo il parere degli osservatori «una intrusione inaccettabile di chiaro stampo politico».
Le nuove sfide del “Sultano”. La Turchia, dice Erdogan arringando la folla che a Istanbul lo acclama, «ha preso una decisione storica di cambiamento e trasformazione con 25 milioni di voti di cittadini che hanno votato sì e quasi 1,3 milioni di voti di scarto» che «tutti devono rispettare, compresi i Paesi che sono nostri alleati». Un messaggio indirizzato soprattutto all’Europa, dove crescono le preoccupazioni per la tenuta democratica della Turchia. Per questo Erdogan rilancia, evocando la possibilità di un referendum per decidere se continuare o meno il negoziato di adesione alla Ue: «Ci fanno attendere alla porta da 54 anni, potremmo rivolgerci al popolo e rispetteremo la sua decisione». Ripete la promessa di reintrodurre la pena capitale: «Se il parlamento approverà la pena di morte, io firmerò senza esitazione. Altrimenti faremo un nuovo referendum». La nuova era comincerà il 3 novembre 2019, quando la riforma entrerà in vigore, ma il “sultano” appare già come un uomo solo al comando e si prepara anche a rientrare all’interno del suo partito, l’Akp - da cui era stato costretto a dimettersi dopo l’elezione a presidente nel 2014 - mossa che gli consentirebbe di correre anche come segretario nel 2018. Erdogan, inoltre, si prepara a prorogare di altri tre mesi lo stato di emergenza.

«Voto da annullare». L’opposizione, che incassa un risultato insperato, si prepara a dare battaglia. «L’unico modo per porre fine alle discussioni sulla legittimità del voto e tranquillizzare il popolo è che il Consiglio supremo cancelli il voto» dice il vice leader del Chp, Bulent Tezcan. L’opposizione contesta la decisione dell’Ysk di conteggiare come valide anche le schede prive del timbro ufficiale, salvo esplicite prove di frodi. «È stata messa in atto a urne aperte nel momento in cui si è percepito che il “no” era in vantaggio» accusa Tezcan. Il partito filo-curdo Hdp parla di «decisione illegale presa sotto la pressione dell’Akp, che ha spostato almeno l’1% dei voti specie nelle zone rurali del sud-est»: «La Turchia sta scivolando in una dittatura» avverte il deputato Garo Paylan.

©RIPRODUZIONE RISERVATA