Esposti e inchieste, i medici: facciamo tutto il possibile

Il segretario aziendale Anaao, Di Stefano, dopo gli ultimi casi di questi giorni: «Non lavoriamo più sereni. Ma si dimentica che curare non vuol dire guarire»
PESCARA. «Facciamo sempre tutto ciò che è possibile, anche quando siamo di fronte a casi disperati. E credo che l’attività medica, di per sé complessa, non possa essere portata all’attenzione della magistratura ogni qualvolta si verifichi un evento avverso». A parlare è Fabio Di Stefano, segretario aziendale del sindacato dei dirigenti medici Anaao di Pescara. Interviene dopo i tre esposti in procura presentati a pochi giorni di distanza per il decesso, in ospedale, di Veronica Costantini, 32 anni, e Sandro Furno, 66 anni, e la scoperta della morte del feto da parte di una donna incinta (alla 36esima settimana), durante il monitoraggio.
Di Stefano non parla dei singoli casi, «per le valutazioni che devono essere eseguite nelle sedi opportune», ma si preoccupa di fornire una chiave di lettura che sia quella dei medici. «La nostra attività», dice, «è caratterizzata da una complessità elevata e a volte si creano delle situazioni imprevedibili, degli eventi avversi che non sono legati all’imperizia o all’imprudenza». Affidarsi alla magistratura non è «la soluzione», sostiene, tanto più che «il 99% delle azioni legali si risolvono nella assoluzione dei medici». E in alcuni paesi, fa notare, si è arrivati alla «depenalizzazione dell’atto medico, una volta esclusa la presenza di un atteggiamento negligente» e cioè il non compimento dell’atto medico, «che dovrebbe essere l’unico ad essere perseguito penalmente». L’operato dei medici è finalizzato sempre al «bene dell’individuo ma non è esente da rischi». E nonostante sia indispensabile una condizione di «serenità, i medici spesso sono stanchi e vivono un profondo disagio, che nasce da un equivoco di fondo: curare non significa poter guarire in ogni caso, mentre oggi si vuole negare l'idea stessa della complicanza e della morte». Di fronte al rischio di poter ricevere in ogni momento un avviso di garanzia, dice sempre Di Stefano, «i medici non lavorano serenamente e non hanno la possibilità di esprimere umanità verso chi soffre e ha bisogno anche di conforto». Così si arriva alla «medicina difensivistica, con un eccesso di accertamenti diagnostici e una crescita della spesa sanitaria, e alla medicina astensionistica, con una mancanza di intervento nelle situazioni più disperate, per evitare guai giudiziari».
In queste condizioni «chi ha la possibilità di andare in pensione, lo fa. E i medici giovani si spostano all’estero dove possono contare su una pratica professionale esente da denunce temerarie che li porta a lavorare in sicurezza, guadagnando molto di più. Così le corsie si svuotano e i turni di lavoro diventano sempre più «difficili e massacranti» per carenza di personale o per personale ormai troppo avanti con l’età per certe mansioni, ma impossibilitato ad andare in pensione». Il ricorso alla magistratura dei familiari dei pazienti, di fronte ad episodi drammatici, non rappresenta una via di uscita perché seguendo questa strada «si mina il rapporto di fiducia tra medico e paziente su cui si deve basare ogni percorso di diagnosi e cura». Sarebbe opportuno, per Di Stefano, pensare a «soluzioni alternative», come uno sportello di «conciliazione» tra chi ritiene di aver subito un danno e chi è intervenuto, a cui ricorrere «una volta esclusa la negligenza». Il rappresentante dell’Anaao pensa che non sia risolutivo neppure l’arrivo in città degli ispettori ministeriali, sollecitato dall’avvocato Anthony Hernest Aliano, che rappresenta i parenti di Costantini, morta durante il ricovero, perché «accresce il clima di sospetto e l’apprensione» tra tutti gli operatori. E fa notare che «all’interno della Asl ci sono unità operative preposte alla gestione e al monitoraggio del rischio clinico e alla garanzia della buona qualità delle cure. Certo, ci deve essere una collaborazione tra le strutture preposte al controllo e gli operatori, purché si eviti che questi finiscano ostaggio dei tribunali», conclude. (f.bu.)

