Estorsione e usura Ex boss preso in città

24 Giugno 2017

Giuseppe Cellamare arrestato su richiesta della Dda di Roma

PESCARA. L’hanno arrestato a Pescara, dove abitava da qualche tempo. Giuseppe Cellamare, negli anni ’90 elemento di spicco della Sacra corona unita, divenuto collaboratore di giustizia e trasferito sotto protezione a Monterotondo, negli ultimi tempi aveva scelto l’Abruzzo. Ma ieri mattina è stato arrestato proprio a Pescara, in centro, nel corso dell’operazione Babylonia eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Roma e dalle Fiamme gialle del Gico del nucleo di Polizia tributaria di Roma. Complessivamente, gli investigatori hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Roma su richiesta della locale Dda, nei confronti di 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di appartenere a due distinte associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, usura, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, fraudolento trasferimento di beni e valori, con l’aggravante del metodo mafioso. Nel corso dell’operazione, sono state anche eseguite 30 perquisizioni locali. Contestualmente, sono stati posti sotto sequestro beni immobili, società, automobili di lusso e conti correnti per un valore complessivo di circa 280 milioni di euro.
Secondo l’accusa, uno dei due gruppi criminali sarebbe stato capeggiato proprio da Cellamare. Un’organizzazione risultata particolarmente attiva nella commissione di gravi delitti contro il patrimonio, a Monterotondo (in provincia di Roma), tra i quali estorsioni ed usure realizzate con il metodo mafioso, e nel successivo impiego dei proventi illeciti in bar e sale giochi, fraudolentemente intestati a prestanome.
Sempre secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Cellamare negli ultimi anni aveva ricostituito tale sodalizio mutuando le modalità tipicamente mafiose utilizzate in Puglia ed adattandole al contesto territoriale dell’hinterland romano. E questo avvalendosi della condizione di assoggettamento derivante dalla propria “fama criminale”, ripetutamente affermatasi con atti di violenza compiuti dai componenti del sodalizio per recuperare i crediti delle estorsioni e delle usure.
All’interno dell’organizzazione, Cellamare avrebbe inserito alcuni dei suoi vecchi uomini di fiducia dei tempi della Sacra corona, specializzati nelle violente spedizioni punitive nei confronti delle vittime. Durante le indagini, all’organizzazione è stato sequestrato un vero e proprio arsenale, costituito da armi e munizioni comuni e da guerra. Alcune delle vittime, oltre ad essere state ripetutamente minacciate e picchiate, hanno subito gravi atti intimidatori, quali l’incendio di autovetture.
Oltre ai destinatari della misura cautelare, risultano indagati a piede libero altri 26 soggetti, tutti responsabili a vario titolo dei delitti, fine delle associazioni capeggiate da Giuseppe Cellamare e da Gaetano Vitagliano. Tra questi rientrano anche un notaio, tre commercialisti e altri dipendenti infedeli di banca.
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