Etichettatura dei vini L’Abruzzo a difesa del Montepulciano

Continua la battaglia del Consorzio di tutela contro il provvedimento Il presidente Nicodemi: una speculazione che non possiamo tollerare
PESCARA. In fondo, per baldanza, combattività e spudoratezza, questa nuova battaglia racchiude in sé tutto il carattere del vitivinicoltore abruzzese. Che sicuramente è forte e gentile ma anche un po’ guascone quando gli tocchi l’essenza dell’anima: ossia la sua vigna. Soprattutto se le ragioni da difendere sono sacrosante con un prodotto che risponde al nome di Montepulciano d’Abruzzo. Anche perché si rischia di fare un danno catastrofico su una delle Doc più grandi d’Italia e che produce e vende la bellezza di 120-130 milioni di bottiglie l’anno nel mondo. Il tema è quello del decreto ministeriale sulla cosiddetta etichettatura dei vini. In palio c’è l’utilizzo esclusivo del termine Montepulciano sulle bottiglie.
LA BATTAGLIA SULL’ARTICOLO 16 Quell’etichetta da quattro anni è bloccata - anche se il provvedimento di legge è pronto - perché il Consorzio di tutela dei vini d’Abruzzo ha deciso di stopparla così com’è concepita. L’articolo 16 del decreto, se approvato, rischierebbe di compromettere una delle più grandi denominazioni di vino rosso italiano. In un documento sottoscritto dai protagonisti del comparto vitivinicolo abruzzese, è salita all’attenzione nazionale quella sorta di “liberalizzazione indiscriminata” - come in molti l’hanno definita - sull’utilizzo dei vitigni sui cartellini incollati alle bottiglie, senza alcuna eccezione.
IL CONSORZIO IN CAMPO«Siamo tutti d’accordo sulla necessità di favorire informazione e trasparenza verso i consumatori», dice Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio abruzzese, «ma così come è posta questa norma consente a tutti i produttori di vino che facciano ricorso all’utilizzo di uve del vitigno Montepulciano di indicarlo in grosso sull’etichetta, approfittando in maniera scorretta dell’importanza assunta dalla nostra Doc che è tra le più imponenti d’Italia. È una vera e propria speculazione commerciale che non possiamo tollerare». Il pericolo, in buona sostanza, è questo: con il vitigno Montepulciano vengono realizzati diversi vini, soprattutto di regioni vicine all’Abruzzo come Molise, Puglia, Lazio e Marche; se tutti i prodotti di queste regioni riportassero nella loro etichetta la parola “Montepulciano”, messa anche in bel risalto, si creerebbe una confusione tale da danneggiare il comparto abruzzese che ha investito e continua a investire milioni di euro nel settore.
I SINONIMIOra mentre per altri vini che sono anche nomi di vitigni - come il Vermentino o il Nero d’Avola - il decreto in questione ha previsto una via d’uscita: e cioè che chi li vuole mettere in etichetta, dovrà utilizzare un sinonimo che, come nel caso del Nero D’Avola, è “Uva Calabrese”, «per l’Abruzzo il problema resta», riprende Nicodemi, «perché il Montepulciano un sinonimo ce l’aveva: Cordisco. Ma nel 1988, quanto il ministero dell’Agricoltura ha informatizzato il cosiddetto “Albo dei vitigni”, alcune pagine sono andate perdute». Quei documenti di recente sono stati ritrovati e consegnati al ministero per un intervento che si spera sia risolutore a breve. Anche per Nicola D’Auria, presidente nazionale del Movimento turismo del vino, bisogna fare subito chiarezza: «Condivido», dice D’Auria, «la scelta del Consorzio di lottare e tutelare il vitigno in sé, ma è un’azione che serve anche a preservare un territorio entrato nella storia proprio per avere realizzato un grande vino».
UN PRODOTTO SENZA PACEInsomma, per il Montepulciano d’Abruzzo non c’è mai da stare tranquillo. Chi non ricorda il braccio di ferro con il “Nobile di Montepulciano”? Ma il Montepulciano d’Abruzzo è un vitigno che dà il nome a un vino strutturato e corposo; quello toscano è, invece, un prodotto realizzato da una varietà di uva Sangiovese conosciuta come Prugnolo Gentile e che ha legato la sua denominazione a un borgo medievale. Un’altra battaglia che si trascinò per anni.
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