Evasi, Marsilio scrive al ministro «Va potenziata la sorveglianza»

20 Agosto 2021

Il presidente della Regione chiede per il carcere più personale e sistemi di telecamere adeguati «Il ripetersi di fughe, atti di violenza e suicidi ha ormai superato ogni limite di normale tollerabilità»

PESCARA. «Potenziare gli organici del corpo della polizia penitenziaria e attivare adeguati sistemi di videosorveglianza» negli istituti carcerari abruzzesi, anche per «garantire l’ordine e la sicurezza pubblica». Sono queste le richieste del presidente della Regione Marco Marsilio al ministro della Giustizia Marta Cartabia, al capo dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia e al provveditore Lazio - Abruzzo - Molise della stessa amministrazione, Carmine Cantone, dopo l’evasione di due detenuti dal carcere di Pescara. Martedì due giovani di origine romena si sono arrampicati su un tubo mentre si trovavano nell’area per il passeggio, hanno raggiunto e scavalcato due muri di cinta e si sono ritrovati in strada in quattro minuti, se non meno, per poi essere riacciuffati nel tardo pomeriggio dalla polizia, che li ha arrestati e portati in carcere a Vasto.
Non è la prima volta che Marsilio scrive al ministro per evidenziare la «grave situazione di criticità che interessa le carceri» della regione. Il 18 giugno aveva già preso carta e penna per sapere se i dati «sulle carenze organiche e sui carichi di lavoro» segnalati dai sindacati corrispondono a quelli del ministero e per conoscere le iniziative programmate per «adeguare l’organizzazione delle strutture penitenziarie a criteri di efficienza e funzionalità idonei a garantire condizioni di lavoro sostenibili e dignitose per il personale, a tutela della popolazione penitenziaria». Marsilio non ha ricevuto risposto a quella lettera per cui, dopo «l’ennesima evasione da Pescara», la seconda in un mese, il presidente della Regione torna a chiedere l’intervento diretto del ministro, oltre ad una risposta alla sua prima lettera, perché «il ripetersi di fughe, atti di violenza e suicidi ha ormai superato ogni limite di normale tollerabilità».
Di una situazione sempre più ingestibile, per i limiti strutturali del carcere e per la carenza di personale, parlano da tempo i sindacati. E martedì mattina, dopo l’evasione di due romeni, hanno lanciato l’ennesimo grido di allarme perché la via di fuga usata dalla coppia è la stessa utilizzata un mese fa, l’11 luglio, da un giovane egiziano, e questo problema era stato già denunciato, con la richiesta (inevasa) di interventi risolutivi. Un precedente, poi, c’era stato un anno fa, quando un altro detenuto è sparito dalla casa circondariale. Tubi pluviali e cancelli interni al carcere avrebbero facilitato i passaggi dei fuggitivi da un punto all’altro del carcere fino a raggiungere i muri di cinta da scavalcare, a detta di chi lavora nella struttura e ne conosce le carenze. E solo dopo la fuga di martedì sono stati adottati i primi provvedimenti per scongiurare altre evasioni. Sempre dopo l’allontanamento dei due romeni, nell’istituto di San Donato sono arrivati prima il Nucleo investigativo centrale e poi il provveditore Carmine Cantone, per un sopralluogo, mentre le sigle sindacali rilanciavano la richiesta di avvicendamento ai vertici del carcere e della polizia penitenziaria.
«Gli episodi accaduti in questo carcere sono spesso riconducibili a carenza del personale e assenza di sicurezza», ha scritto in una nota l’Ugl. «Ci chiediamo cosa ha fatto chi doveva correre ai ripari, vigilare a che non accadessero più episodi del genere. E aggiungiamo: chi viene a conoscenza di certi episodi, a Roma, non controlla, non prende decisioni per rendere sicuro il carcere e sicuri i lavoratori della polizia penitenziaria?», ha aggiunto il sindacato.
Intanto ieri mattina è stato convalidato l’arresto degli evasi, Florin Covaciu e Denis Costel Strauneanu, 23 e 24 anni, entrambi difesi dall’avvocato Pasqualino Paolini. Il giudice Angelozzi ha disposto gli arresti domiciliari ma, prevalendo le precedenti misure, i due restano in carcere, dove erano finiti su disposizione del Tribunale di Roma per le rapine commesse nel Lazio. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere ma sono apparsi «provati e pentiti» al difensore, «hanno capito la gravità di ciò che hanno fatto». «Una delle cause del loro gesto», ha detto Paolini dopo la convalida, «potrebbe essere lo stress a cui sono sottoposti i detenuti, a cui si aggiungono condizioni carcerarie non semplici, anche se questo non giustifica la fuga, di cui dovranno rispondere».