Export, la crescita c’è ancora «Adesso occorre fare di più»

11 Dicembre 2021

L’economista Mauro traccia la strada per far ripartire anche il lavoro e il terziario 

La Banca d’Italia di recente ha descritto in maniera puntuale e convincente il netto miglioramento dell’economia abruzzese nel corso del 2021. Una ripresa che ha coinvolto i settori produttivi del manifatturiero, il mercato del lavoro e il comparto dei servizi. Certo, il quadro evolutivo non è omogeneo perché si passa dalla forte spinta in avanti esercitata dall’edilizia, che addirittura recupera e supera il livello produttivo del 2019, all’andamento del settore terziario i cui valori, nonostante i notevoli progressi compiuti, si collocano ancora al di sotto della fase pre Covid. Nel complesso la situazione sembra confortante.
LA RIPRESA. Il Pil cresce ad un ritmo che tende ad avvicinarsi a quello nazionale del 6,3%, l’occupazione dovrebbe registrare un aumento del 2,3% dopo la caduta dell’1,9% del 2020, la spesa delle famiglie presenta un andamento positivo e, nell’ambito dei servizi, si profila una significativa tendenza al rialzo. Questa importante evoluzione congiunturale viene confermata dai dati sulle esportazioni relativi al terzo trimestre del 2021.
LA CRESCITA C’È. Le tabelle, pur evidenziando una crescita più contenuta rispetto alla media nazionale (il 13,2% contro il 20,1% dell’Italia), contengono valori meritevoli di grandi attenzione, espressione di un tessuto produttivo in grado di competere sui mercati internazionali. Si può constatare come l’incremento coinvolga quasi tutti i settori ad eccezione del farmaceutico che registra un assestamento dopo la forte espansione dei trimestri precedenti.
L’export testimonia come la manifattura abruzzese non solo è stata capace di recuperare il tracollo del 2020 dovuto alla crisi pandemica, ma anche di superare i volumi di attività degli anni pre Covid. La ripresa è stata rapida e robusta e di certo superiore alle aspettative.
IL LAVORO. Grazie ai vaccini e alle politiche di sostegno a livello nazionale e regionale, il territorio non ha subìto un crollo occupazionale e imprenditoriale, e lo scenario che abbiamo di fronte lascia intravvedere interessanti potenzialità. Ma bisogna fare i conti con almeno tre fattori, la cui presenza rischia di frenare l’attuale percorso di ripresa economica. La variante Omicron potrebbe condurre a nuove interruzioni nelle attività di consumo e investimento; i ritardi nell’approvvigionamento delle materie prime potrebbero colpire alcuni settori del manifatturiero esposti alla concorrenza internazionale, far aumentare i costi della logistica e incidere sul livello dei prezzi. Il terzo fattore riguarda l’inflazione, dovuta essenzialmente al caro energia, la cui dinamica tende a ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e a contrarre il potenziale di spesa dei consumatori. L’insieme di questi fattori introduce non pochi elementi d’incertezza sull’entità della ripresa.
A CHI TOCCA. Dovrà essere ancora una volta il settore pubblico a farsi carico delle nuove emergenze con appropriate misure di politica economica. Ciò perché in questa fase si è di fronte non tanto all’esigenza di contenere il debito o di porre in essere politiche restrittive (rialzo dei tassi di interesse) per fronteggiare l’aumento dei prezzi, quanto all’obiettivo di dare credibilità e protezione alla ripresa con l’unico modo possibile: l’accelerazione degli investimenti accompagnati da uno spirito di condivisione. Ma è opportuno ribadire che l’ampia disponibilità di risorse finanziarie non deve significare dispersione, polverizzazione o spesa corrente. Ne verrebbero meno i presupposti e l’efficacia degli interventi. I fondi europei devono servire per la modernizzazione della regione e per la sua efficienza economica. L’affermazione di una sorta di “capitalismo del territorio” e la capacità di creare un’economia basata sulla conoscenza anziché sulle “conoscenze”, possono costituire gli ingredienti più opportuni per realizzare i grandi obiettivi strategici previsti dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza).
LA VIA DA SEGUIRE. Non si dimentichi che l’Abruzzo nel corso della pandemia ha perso l’8,6% di Pil. Ciò vuol dire che la regione ha un grande bisogno delle risorse europee per affrontare gli squilibri territoriali e superare le criticità del suo impianto produttivo più volte sottolineate da questo giornale. Per esempio, bisogna fare affidamento al Pnrr per correggere le asimmetrie presenti nel mercato del lavoro, che si chiamano precarietà e segmentazione di genere. Non a caso, l’incremento occupazionale che si sta delineando, desumibile dai dati nazionali, è da attribuire quasi per intero al lavoro a termine e per oltre i due terzi alla componente maschile. Le donne sono state le prime ad uscire dal mercato nel corso della pandemia e probabilmente saranno le ultime a rientrare. E sempre a questo proposito sembra che il settore industriale, di grande importanza nel contesto dell’economia abruzzese, non possa garantire nuove e più ampie opportunità occupazionali. In Abruzzo è invece scarsa la presenza di un terziario legato ad una società post industriale. Si tratta invece di un segmento produttivo che va opportunamente valorizzato, non solo perché è largamente sottodimensionato ma soprattutto perché è al suo interno che si generano nuove e diffuse occasioni di lavoro. Il terziario può essere declinato in molteplici versioni, attraverso i suoi significati di ricerca, turismo, cultura, intrattenimento, tempo libero, istruzione può aprire prospettive interessanti per il futuro del mercato del lavoro. * (economista)