Fabrizio e Simone uniti anche nell’ultimo viaggio

23 Febbraio 2020

Cerretani, padre e figlio, erano l’uno accanto all’altro. Sborgia guidava l’auto maculata, era appassionato di computer. Con loro Magù, il ragazzo della chiesetta

MOSCUFO. Fabrizio e Simone, padre e figlio, l’uno accanto all’altro, nell’ultimo istante di vita. Adriano, bello e carismatico, appassionato di informatica, che amava scorazzare per le strade di Moscufo con quella sua automobile militar-maculato, che non passava certo inosservata. Maurizio, l’ex ragazzo della chiesetta di San Giuseppe, appassionato di calcio.
Doveva essere solo una serata allegra e spensierata per i quattro amici di sempre, invece il destino li ha voluti tragicamente insieme, seduti accanto all’altro nell’ultimo miglio mortale che è stato quel curvone in salita in contrada Pischiarano, provenienti da Loreto, zona Cartiera, preso a grande velocità. Poi, il silenzio. Irreale, come quello che si respirava ieri nelle tre comunità, Moscufo, Villa Raspa di Spoltore e Pescara, piombate nel lutto e nella disperazione, dalla notte all’alba.
Moscufo dove viveva Adriano Sborgia, 34 anni, nella masseria in campagna di contrada Senarica, con mamma Marina Di Fabio travolta da un dolore senza fine e papà Severino, muratore in pensione, che ieri all’obitorio davanti a quel corpo senza vita, gli parlava come se fosse vivo: «Ti ho lasciato fare la vita che volevi...». Gli amici di Adriano, che lascia anche la fidanzata Erika, pizzaiola a Pianella e il fratello Stefano, ieri mattina si sono raccolti in silenzio e in preghiera davanti al tronco di quercia assassino, sulla provinciale 59 di fronte al civico 28. Una processione di giovani «devastati, sconvolti», Adriano, Valerio, Luca, Adriana, Andrea (che doveva essere della comitiva, invece si è salvato «perché stavo facendo dei lavoretti» in casa di un amico), Gabriele, che hanno lasciato ai piedi dell’albero secolare mazzi di girasoli, lumini e candele profumate. Le mani tra i capelli, gli occhi umidi, in raccoglimento: «È assurdo, non ci posso credere, era bello, assomigliava all’attore Jim Carrey, si faceva benvolere da tutti, sempre sorridente, carismatico, trascinatore».
Nelle parole di chi ha visto il gruppo per l’ultima volta c’è la ricostruzione di una serata trascorsa da un locale all’altro, dalle 20 alle 23, a festeggiare la gioia di ritrovarsi prima di finire la corsa contro un albero. Al Garden di piazza Garibaldi, Olga, la barista, e i clienti Giovanni D’Intino e Augusto Pratesi, lo descrivono come un ragazzo «solare, simpatico, sempre sorridente». Al ristorante La Torre Antica, datata 1706, il titolare Francesco Cilli e papà Enzo, riferiscono di quei clienti che «adoravano le nostre salsicce». Al bar Diodati di via Manzoni, il titolare Gianluca, accanto a papà Raffaele, ricordano il «grande cuore» di Adriano e l’ultima paura: «Avva il terrore del coronavirus, adorava i computer, i telefonini e quella macchina maculata. Simone non c’era nel gruppo, erano venuti qui per riprendere il suo scooterone con la scritta Pescara 1936 e la Scenic del padre Fabrizio, ma sono ancora fermi nella piazzetta» conclude Gianluca indicando i mezzi parcheggiati.
“Fabrizio e Simone nel cuore” si legge nello striscione lasciato a terra da chi amava, in via Messina a Villa Raspa di Spoltore, davanti a casa di Fabrizio e Simone Cerretani, 54 e 24 anni. Padre e figlio, il primo rappresentante di commercio, l’altro fabbro a Cavaticchi, conosciutissimi nella comunità. Legatissimo alla famiglia, Andrea Potenza, negli anni ’90-2000 organizzatore di eventi per la Local bus, la Fabbrica, il Nettuno beach, frequentati di Fabrizio: «Insieme», ricorda il supermanager, «abbiamo fondato la squadra di calcio “Quelli della notte”, con noi Roberto Bonvini. Sempre insieme in Thailandia, Venezuela, alle mie feste di compleanno al Nettuno. L’ultimo scherzo allo Scaricarelle, qualche giorno fa, dove lui cenava con la moglie Antonella» genitori anche di Andrea, ex calciatore della polisportiva Moscufo, il paese che cementa l’amicizia dei quattro deceduti. Gli altri fratelli di Fabrizio sono Fabio e Gianni, titolare della storica pasticceria L’Orchidea di Villa Raspa, ieri disperato e in lacrime: «Oh Dio, oh Dio, che è successo».
Antonio Blasioli ricorda i tempi in cui con Maurizio D’Agostino, 50 anni, detto Magù, figlio dello scomparso Antonio e Isabella e fratello di Andrea, residenti in via Grotte del Cavallone, «formavano i “ragazzi della chiesetta” di San Giuseppe», zona ospedale. Maurizio, che faceva l’asfaltista, era vivace, molto buono, amava il calcio, parlava poco e amava stare solo».