Facevano abortire le donne Scacco al racket del sesso

10 Febbraio 2015

Un giro da 100mila euro al mese, ecco come “lavorava” la banda di romeni

PESCARA. È uno spaccato bestiale quello ricostruito dalla squadra Mobile che in un anno ha intercettato, seguito e pedinato le conversazioni delle prostitute con i loro sfruttatori romeni al punto da ascoltare in presa diretta la cronaca di due aborti clandestini al quarto mese di gravidanza.

Dietro gli undici arresti per associazione a delinquere (due sono latitanti) per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione e i due obblighi di dimora a carico degli unici due italiani coinvolti eseguiti all’alba di ieri da 50 agenti delle questure di Pescara e Chieti su ordine del gip Nicola Colantonio, c’è un’indagine della Mobile lunga più di un anno che, riagganciandosi alle due precedenti, prende di petto il racket della prostituzione, rivelando al contempo che cosa c’è dietro le ragazze in minigonna che ogni sera stazionano lungo via della Bonifica fino al confine con Francavilla: un mondo che esce di notte, ma che ci vive accanto anche di giorno. Perché le donne e i loro sfruttatori abitano in palazzine di gente normale, al confine tra Pescara e Francavilla, frequentano alberghi nel cuore della città, vanno a fare la spesa e anche dal medico e in farmacia. Salvo poi scoprire, come hanno fatto gli investigatori diretti da Piefrancesco Muriana con la sezione guidata da Guido Camerano che per fare la spesa e per mangiare, quelle ragazze asservite psicologicamente e fisicamente ai loro sfruttatori devono chiedergli soldi e permesso, e che dal medico e in farmacia ci vanno per farsi prescrivere e acquistare farmaci gastro-protettori come il Cytotec che non servirà per lo stomaco, come loro stesse raccontano anche ai soccorritori, ma per abortire in stanze di albergo a prezzo di dolori lancinanti, dopo aver ingurgitato sette pasticche e dopo averne assunte altrettante per via genitale. Ma in ospedale, salvo il caso in cui la ragazza stava per morire, nessuno ce le porta perché, come dice una “caporale” a una di loro che urla di avere le gambe e le braccia bloccate: «Non puoi andare all’ospedale con quelle medicine dentro di te! Sai che puoi fare, vai al bagno e prova ad inserire l’acqua calda dentro!».

È un mondo bestiale dove gli uomini pretendono soldi in qualsiasi momento e le donne, le loro donne, sono pronte ad accontentarli sempre e comunque macinando, e facendo macinare alle loro sottoposte (una quindicina le ragazze identificate dai poliziotti), fino a centomila euro al mese guadagnati sul marciapiede, come hanno ricostruito gli investigatori andando a spulciare le rimesse fatte in Romania attraverso la Western Union e le intecettazioni in cui i protagonisti parlano di continuo di migliaia di euro da portare in Romania.

Una gestione imprenditoriale a tutti gli effetti quella che viene fuori dalle indagini coordinate dal pm Giampiero Di Florio, con un’organizzazione piramidale al cui vertice ci sarebbe Vasilica Mihai, detto Cesare, 32 anni (in carcere da un anno dopo l’arresto con cui la Mobile diede il primo colpo all’organizzazione) e i suoi fratelli Ionel Cristea “Pepita”, 31 anni, e Florin Ciuraru, “Mutu” di 26 anni.

I tre, oltre a gestire le ragazze attraverso le rispettive mogli o compagne (le cosiddette “caporali” Stefania Sin per Mihai, Sabrina Enache per Cristea e Andreea Pirjan per Ciuraru) a loro volta prostitute, gestivano anche le strade al punto da pretendere da Albert Gogu, anche lui arrestato, la tassa di occupazione per una “sua” ragazza.

Un’organizzazione piramidale che a scendere (all’ultimo gradino c’erano i due italiani che accompagnavano le ragazze), era composta dalle tre donne che, come emerge dalle intercettazione, controllano le ragazze decidendone la posizione sul marciapiede e l’abbigliamento, fino a convincerle, com’è successo nei due casi documentati dalla Mobile, di interrompere la gravidanza. Sempre per soldi, perché durante quei mesi la donna non avrebbe lavorato e gli incassi sarebbero diminuiti. Ma l’organizzazione guarda avanti. Ecco Florin Ciuraru “Mutu” che a gennaio di un anno fa dice a una delle ragazze, di procurare al fratello una ragazza: «Vuole venire anche lui all’estero perché non ha nessun soldo».

«Perché mi metti in mezzo? Che ragazza gli devo dare io?», risponde lei. E lui: «Qualcuna delle tue parti, vedi chi è povera, chi è morta di fame, vedi tu chi... capisci e forse facciamo qualcosa per dare pure a questo». Parla di Adrian Ciuraru, detto Tibi, che in Italia arriva davvero. È lui che, quando la sua donna abortisce e con uno slancio gli dice «ti assomigliava», lui dall’altro capo del telefono risponde: «Vaffanculo, che ne sai...». È ancora latitante.

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