Falcone e il suo ultimo secondo di vita

L’emozionante racconto di Costanza, l’autista sopravvissuto a Capaci. E Legnini regala agli studenti le “carte della verità”
CHIETI. L'auto su cui viaggia Giovanni Falcone è una croma blindata. Il magistrato antimafia è alla guida, accanto è seduta la moglie, Francesca Morvillo.
Giuseppe Costanza, l'autista, è sul sedile posteriore. «Signor giudice si ricordi di darmi le chiavi della macchina», dice Costanza. E Falcone, sovrappensiero, fa un gesto meccanico: estrae la chiave. «Giudice, che fa? Così ci ammazziamo», fa appena in tempo ad esclamare l'autista nell'ultimo secondo di vita del magistrato, della moglie e dei tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cilio e Antonio Montinaro.
MURO D’ASFALTO. L'autista si salva e l'immagine, l'ultima che ricorda prima di svegliarsi in ospedale, è l'asfalto dell'autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, che si alza come un muro, insieme al boato e lo schianto delle altre due auto di scorta. Ma Costanza deve a quel gesto istintivo di Falcone la sua salvezza perché la Croma rallenta la corsa di quel tanto che basta per evitare che il tritolo della mafia di Riina gli esploda sotto. È il 23 maggio 1992: da quel giorno di oltre 27 anni fa, non ha mai smesso di raccontare l’ultimo secondo di vita del magistrato simbolo della legalità. Lo ha fatto anche ieri mattina, all’Itis Luigi Amedeo di Savoia di Chieti.
LA MAFIA È PLATEALE. C'è una linea rossa che lega la sua storia all’iniziativa della scuola diretta da Annamaria Giusti, alle parole del procuratore generale della Corte d'Appello, Pietro Mennini, e a un’eccezionale operazione di recupero della della verità fatta dal Csm nel periodo in cui alla vicepresidenza c'era Giovanni Legnini.
La candidatura a governatore d’Abruzzo non c'entra con la giornata di legalità vissuta insieme a trecento è più studenti, seduti in una platea gremita e circondata da duecento fotografie che raccontano l’eredità di Falcone e Paolo Borsellino, assassinati in un modo tragicamente plateale, il primo a maggio, il secondo il 19 luglio dello stesso anno in via D’Amelio. Legnini è presente in questa iniziativa, organizzata da tempo, per portare la sua testimonianza. Da vice del Csm si fece nominare a capo di una particolare commissione che, a dispetto del nome, “Commissione scarto”, ha avuto e avrà un ruolo determinante per scavare nei misteri delle stragi di mafia. La commissione infatti ha recuperato e resi pubblici i fascicoli personali dei due giudici. Le “carte della verità” ora sono in rete oltre che pubblicate in cartaceo, e Legnini le ha donate ieri all'istituto tecnico teatino affinché quei ragazzi, che nel silenzio dell’emozione hanno ascoltato Costanza, le possano leggere con passione e curiosità, le stesse che ieri scoprivi nei loro occhi mentre guardavano le foto esposte fino al 21 dicembre. Una mostra patrocinata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e promossa dall'Ansa.
«Sono testimonianze che dobbiamo conoscere», dice Mennini nel suo intervento quasi scandito all'indirizzo degli studenti.
IL TERZO LIVELLO. «Quel gesto di sfilare la chiave», ricorda poi l’autista di Falcone, «mi ha salvato la vita. Ma sarei stato felice se fosse stato lui a salvarsi al posto mio. Perché Falcone sapeva dove mettere le mani. Aveva le idee chiare». Non esita poi Costanza a dare sfogo ai suoi sospetti, i dubbi, quasi certezze: «Per me il movente è la sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Qualcuno», afferma con voce greve che non nasconde la rabbia, «ha avuto paura». In sintesi, gli autori della strage di Capaci, e quindi anche di via D'Amelio, erano “bassa manovalanza”, se così si può definire il braccio armato e spietato della mafia, rispetto ai mandanti veri che non sono stati scoperti. Ma quel terzo livello, nascosto nei meandri più oscuri dei palazzi della politica romana, di cui Falcone aveva sospetti e Borsellino prove, non può essere svelato tra 50 anni, è l’invocazione di Costanza, autore di un libro il cui titolo è fin troppo chiaro: “Stato di abbandono”.
LA RABBIA E L’IMPEGNO. «Cinquant’anni», tuona l'autista di Falcone, «come accade sempre in Italia!». Ed ecco perché l’impegno di raccontare la storia di scampato alla morte e di persona vicina al magistrato che faceva paura alla mafia, andrà avanti fino alla fine dei suoi giorni. È un impegno civile. Lo stesso che ha spinto Legnini a mettere a disposizione degli studenti le carte della verità perché la scuola è una cerniera tra passato e futuro. Dove il passato va scandagliato per affrontare il futuro.
LASCIATO DA SOLO. L'operazione verità però non può fermarsi perché, nonostante il sacrificio di uomini che hanno perso la vita, la mafia c’è ancora. Anche se molto è cambiato da quando Borsellino, certo del destino che lo attendeva dopo la morte di Falcone, disse: «Noi siamo morti che camminano». Non è sconfitta la mafia, sottolinea Legnini mentre rivela ai ragazzi dell'Itis di emozionarsi ogni volta che scorrono le immagini della strage di Capaci, e consegna alla dirigente Giusti le pagine che aiutano a diradare la nebbia. Ed è un riscatto da una colpa di 27 anni fa quando al Csm preferirono un altro magistrato a Falcone, lasciandolo da solo sull’autostrada della morte.

