«Falcone, i veri mandanti non sono stati scoperti»

23 Maggio 2023

Le rivelazioni di Costanza, sopravvissuto alla strage: era l’autista del giudice

«Il braccio armato della mafia è stato sconfitto ma dopo 31 anni siamo lontani dall'individuare chi ha davvero dato l'ordine della strage di Capaci. Qualche mente raffinatissima l’ha pensata. Una mente che dobbiamo ancora scoprire».
Giuseppe Costanza ha 76 anni. Era l’autista di Giovanni Falcone ed è l’unico sopravvissuto della macchina che trasportava il magistrato quel 23 maggio 1992. Solo per una casualità riuscì a salvarsi. Una casualità che fece in modo che l’esplosione innescata da Giovanni Brusca non prendesse in pieno la Fiat Croma bianca. Oggi, nel giorno dell’anniversario, da testimone oculare racconta al Centro la strage mafiosa-politica che costò la vita a Falcone, alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, assassinati da Cosa Nostra con 500 chili di tritolo piazzati sotto un tratto d’autostrada A 29, tra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo.
«Ma la mia strage», dice per telefono da Palermo, «è iniziata dopo l'attentato: lo Stato mi aveva dimenticato. Per anni non sono mai stato invitato alle cerimonie degli anniversari. Ho anche pensato che in questo Paese restare vivi è una disgrazia. Falcone era un uomo straordinario. Una bellissima persona normale».
Signor Costanza, cosa accadde quel giorno a Capaci?
Ero già sulla pista dell’aeroporto quando l’aereo atterrò. Mi accosto, lasciando accesso il motore della Fiat Croma. Il portellone si apre, Giovanni Falcone scende in compagnia della moglie, Francesca Morvillo. La dottoressa si siede davanti, perché dietro soffriva di mal d’auto. Falcone quindi si mette alla guida, ed io sul sedile di dietro. Partiamo per Palermo e lui mi incalza con le domande. Procediamo a 120 chilometri all’ora. Siamo quasi arrivati all’uscita di Capaci quando mi dice: "Io a casa non mi fermo perché ho un incontro con altri magistrati". Gli chiedo: “Dottore, arrivati a casa mi ridà le chiavi dell’auto?”. Chissà in quel momento la testa dove l'aveva: spegne la macchina in movimento, e sfila le chiavi. “Le tenga”, dice. La macchina rallenta di molto, pur rimanendo in corsa.
"Che fa? Così ci andiamo ad ammazzare", gli urlo e lui, girandosi con il capo verso la moglie, che annuisce, mi dice: "Scusi, scusi", e reinserisce le chiavi. In quel momento avviene l'esplosione.
La prima macchina che fa da apripista, con gli uomini della scorta, Antonio, Rocco e Vito, schizza in aria. I ragazzi non ce la fanno. Noi ci schiantiamo contro un muro d’asfalto e detriti sollevato dall’esplosione. Per quel gesto delle chiavi, l’auto perde velocità e si scontra con meno forza.
Il giudice e la moglie muoiono. Io, per la mia posizione, riusco a salvarmi. Con la testa, sfondo il parabrezza. Mi ritrovano svenuto nella canaletta dell’autostrada. Ero già in coma. Questo è successo il 23 maggio del 1992 alle 17,57.
Perché secondo Falcone è stato ucciso, e perché la strage è avvenuta in quel tratto d’autostrada?
La settimana prima dell'attentato, quando Falcone scese da quel piccolo aereo, era soddisfatto. Si vedeva che era contento, non si è saputo trattenere e mi fece una confidenza. "È fatta", furono le sue parole, questo succedeva una settimana prima della strage, e aggiunse: "Io sarò il procuratore nazionale antimafia. Ci organizzeremo a Palermo come ufficio e non ci muoveremo più con la macchina, ma con un piccolo elicottero".
Chi ha avuto paura della sua nomina a procuratore nazionale antimafia? Il movente della strage è legato a questa domanda. Ma ho anche un altro dubbio che mi assilla da 31 anni. Vede, Falcone poteva essere ucciso in un qualunque altro momento e luogo. Nel marzo del 1991, un anno prima della strage, l’avevano trasferito a Roma, in via Arenula, alla direzione generali degli Affari penali. Lì sarebbe stato molto più facile eliminarlo. Secondo me l’attentato in Sicilia è stato un depistaggio.
In ospedale, dopo la strage, riapre gli occhi. Chi c'era accanto a lei?
Sono stato in coma, accanto a me c'era mia moglie. Quando ho riaperto gli occhi venne trovarmi il presidente della Repubblica appena eletto, Oscar Luigi Scalfaro. Poi arrivò anche Paolo Borsellino che chiese di lasciarci soli.
Gli dissi tutto quello potevo ricordare, quello che avevo da dire l'ho detto. Ricordo che prese molti appunti in un’agenda. Qualche mese dopo, il 19 luglio, mi sono ritrovato in via d'Amelio. Era avvenuta l'esplosione. C'era un cordone di forze dell'ordine impenetrabile. Mi sono fatto riconoscere, sono entrato e ho visto quello che era successo.
Quando ha conosciuto Falcone?
Nel 1984 sono stato assunto al tribunale di Palermo e assegnato all'ufficio istruzione, ma dopo una settimana mi chiamano dalla segreteria per dirmi che mi voleva vedere Falcone. Entro in quella stanza blindata, ma non sapevo chi fosse. L’ho conosciuto in quel momento. Mi ha fatto un sacco di domande ma lui già sapeva tutto. Poi mi ha chiesto se ero disponibile ed io ho accettato. Da quel momento è iniziata la mia avventura con lui che è durata otto anni, fino a quel 23 febbraio maledetto. Il dottore era una bellissima persona normale.
Con lui aveva un rapporto di lavoro e amicizia. Falcone si fidava del suo autista. È così?
Quando il dottore fece prendere informazioni su di me scoprì, tra le altre cose, che prima di entrare in Tribunale ero un parrucchiere. Così, quando presi servizio, lui mi chiese se potevo tagliargli i capelli perché andare dal barbiere lo avrebbe messo in pericolo. Da quel momento cominciai ad entrare in casa sua la mattina presto.
Trovavo entrambi ancora in vestaglia. Lui e lei che studiavano le pratiche perché si portavano i fascicoli a casa. Poi la moglie si allontanava e tornava con un vassoio e insieme prendevamo il caffè. Per me quella era una cosa meravigliosa: un magistrato che, in quel momento, ha un ospite. E quell'ospite ero io.
Com'era Giovanni Falcone uomo?
Ho un ricordo perfetto. La macchina del dottor Falcone era in contatto continuo con la centrale operativa. Un giorno, mentre lo aspettavo a Punta Raisi, comunicano alla radio che era avvenuto un triplice omicidio a Bagheria. Tre famigliari del collaboratore di giustizia Marino Mannoia erano stati uccisi.
Quando lui salì in macchina lo informai degli eventi. Falcone mi disse di andare a Bagheria, ma subito dopo aggiunse: "Questo può essere un modo per attirarci in una trappola e uccidere anche noi". Comunicammo via radio l’itinerario e dalla centrale operativa attivarono tutti i controlli. A Bagheria trovammo tre persone uccise dentro un'auto.
Ora torno a quel giorno e a quel momento: il procuratore capo di Palermo, Piero Giammarco, arrivato poco dopo sul posto insieme al procuratore aggiunto, Alfredo Morvillo, il cognato di Falcone, dice: "Giovanni, mettiti in un'altra macchina e fai andare avanti Costanza con la tua che se succede qualcosa tu non rischi nulla". Ma Falcone, senza rifletterci un secondo, risponde: "No, io a Costanza da solo non lo lascio".
Ecco chi si era Giovanni Falcone: si mise in macchina accanto a me e, con molta cautela, tornammo. Vede, io sono medaglia d'oro al valor civile ma per me quelle parole dette da Falcone così istintivamente hanno un significato superiore di questa medaglia, che sono onorato di avere. Però quelle parole hanno un triplice significato, sono una triplice medaglia non una, sono quindici medaglie. Qui si vede l'uomo, non il magistrato, perché magistrato ci si diventa, uomini si nasce.
Come è cambiata la mafia dopo Capaci?
La mafia non è quella che ti uccide, la mafia è quella che fa affari attraverso ruoli istituzionali. La vera mafia è altrove. E questa idea che la Sicilia è uguale mafia deve essere debellata. La Sicilia oggi ha le proprie idee.
Prima per paura non si diceva nulla, oggi la gente scende in piazza, partecipa alle manifestazioni, esprime con tutta la sua volontà il dissenso alla mafia. A noi ci hanno marchiato a fuoco come mafiosi. Cerchiamo di finirla! La mafia bisogna cercarla altrove non in Sicilia perché qui possono trovare solo la manovalanza. Qui, in Sicilia, la cupola è stata debellata, anche se dopo tantissimi anni, Provenzano 40 anni, Messina Denaro 30 anni, 24 anni Totò Riina, ed è una cosa assurda perché non si può rimanere latitanti per tanti anni se si è ricercati.
Oggi c'è un'attenzione maggiore ma spero che non debbano passare altri trent’anni per arrivare ad un’altra mezza verità su Capaci. Non aggiungo altro.
Ora qual è la sua missione?
Continuo un lavoro cominciato quasi dieci anni fa, anzi lo triplico. Giro per l'Italia, inizialmente grazie alla dottoressa Giovanna Bova che era nella direzione generale del Miur e mi ha chiamato al ministero perché aveva ascoltato le mie denunce pubbliche.
Ha voluto sentire dalla mia viva voce e dopo mi ha detto: "Abbiamo commesso un errore". Vede, io sono stato accantonato per 23 anni, senza che nessuno mi cercasse. Ho visto personaggi strani che salivano sul palco per parlare di antimafia, mentre io rimanevo sempre isolato. Ma un giorno, mentre ero davanti alla tv con i miei nipoti per vedere l'ennesima manifestazione antimafia, uno dei ragazzi che allora aveva 13 anni mi chiese: "Nonno, ma non c'eri anche tu a Capaci? Perché non sei insieme a loro su quel palco?".
Era il 2013 e stu ragazzinu che schiaffo morale che mi ha dato. Però ha fatto bene perché da quel momento in poi mi sono svegliato ed ho cominciato a girare l'Italia. La dottoressa Bova (coinvolta in un’inchiesta giudiziaria in corso, ndr) non ha avuto più quell'incarico, ed è subentrato qualcun altro che ha ritenuto di non affidarmi più alcun progetto. Ma ormai si era sparsa la voce attraverso presidi, docenti e ragazzi, di questa mia testimonianza della strage di Capaci e di Giovanni Falcone.
Sto parlando con lei per telefono ma tra mezz’ora dovrò partire per Roma e poi andrò a Trieste. Continuano a chiamarmi ovunque, mi vogliono in tutte le città d'Italia. Ho creato la Fondazione Costanza che, quest'anno, ha organizzato un incontro al teatro Massimo di Palermo. Avevo paura che rimanesse vuoto, così l'ho fatto il 19 maggio per non incrociarmi con la data del 23. Ho giocato d’anticipo. Il teatro era stracolmo. Sindacati, personalità, giovani, docenti e tanti palermitani: 1.200 posti, tutto esaurito. È stato bellissimo. C’era il prefetto, Maria Teresa Cucinotta, ed è venuta la vecchia scorta di Falcone. Io non mi sono mai arreso, mi rialzo sempre, anche se non sono più un ragazzino. Ho 76 anni suonati e volevano rottamarmi. Ma ormai non mi fermano più».
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