«Falcone voleva essere d’esempio»

La scrittrice Padovani, autrice di un libro con il giudice ucciso: non è stato protetto
PESCARA. «Falcone e Borsellino non volevano essere eroi, solo esempi. Si vedevano come servitori dello Stato, ma vivevano in solitudine all’interno di uno Stato che non sempre li ha protetti». Hanno colpito i cuori dei giovani presenti all’auditorium Flaiano, le parole di Marcelle Padovani, autrice del libro “Cose di Cosa nostra” (Rizzoli edizioni) scritto 31 anni fa con il magistrato Giovanni Falcone. Ieri Padovani ha ritirato il premio della legalità dedicato a Borsellino, dalle mani del procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo. Ma davvero Falcone e Borsellino credevano di poter sconfiggere la mafia? «Certo che sì», la risposta dell’autrice dell’ultimo libro “Falcone, 30 anni dopo”, «e lo ha fatto. Una certa mafia è stata sconfitta, il gotha di Cosa Nostra è in carcere. Le mafie nel tempo sono mutate, oggi sono diventate classi di potere economico, è necessaria una grande opera di prevenzione». Chi era nell’intimo Giovanni Falcone? «Un uomo che non si esprimeva in libertà, non parlava mai del suo privato». Ma il pensiero della morte lo «accompagnava ovunque», raccontava il magistrato saltato in aria a Capaci con 500 chili di tritolo nel libro della Padovani, «si sta sul chi vive, si calcola, si osserva, ci si organizza, si evitano le abitudini ripetitive, gli assembramenti e le situazioni fuori controllo. Ma si acquista anche una buona dose di fatalismo, in fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, overdose e cancro». Padovani ha detto di essere «rimasta colpita dall’incontro tra magistratura e giovani che rappresentano le future generazioni».

