False assunzioni dei migranti: tre imprenditori sotto processo

Nei guai anche un consulente del lavoro: scattano i rinvii a giudizio per immigrazione clandestina Contestata la truffa ai danni dell’Inps: scoperti 249 rapporti di lavoro irregolari nel giro di 4 anni
POPOLI. Il prossimo 22 dicembre, davanti al collegio del tribunale di Pescara, dovranno difendersi da accuse pesanti che ruotano attorno al reato più grave contestato: immigrazione clandestina. Sono i protagonisti di una vicenda giudiziaria che esplose a Popoli nel 2016 con l’arresto di tre dei 6 attuali imputati, cinque dei quali devono rispondere di associazione per delinquere. Sono una consulente del lavoro di Sulmona, Anna Lisa Colasante, e i titolari di tre ditte edili: Sandro Di Cioccio (Grandi Decorazioni), Donatella Mancini (Decorazioni edili) e la società Archin, legalmente rappresentata da Maurizio Taddei, ai quali si aggiunge Mario Del Grande. «Si associavano», recita il capo di imputazione, «al fine di commettere un numero indeterminato di delitti di immigrazione clandestina, di falso indotto in atti pubblici, e di truffa ai danni dello Stato (Inps)»: un’organizzazione «finalizzata in modo stabile e permanente a favorire l’immigrazione di cittadini extracomunitari nel territorio dello Stato italiano, servendosi di imprese edili, attività di fatto gestite dai promotori Di Cioccio e Del Grande e nelle quali Colasante svolgeva le funzioni di consulente fiscale e del lavoro, in modo da simulare, tramite falsa documentazione, l’assunzione di numerosi lavoratori e all’occorrenza distacchi di personale parimenti fittizi, così da consentire ad imprenditori locali di avvalersi di dipendenti senza assumere oneri previdenziali ed assistenziali, senza versare alcunché all’erario né all’Inps e consentendo ai falsi assunti di conseguire vari indebiti benefici (indennità di disoccupazione, ricongiungimenti familiari e altro ancora), in tal modo determinando l’ingresso e la permanenza clandestina sul territorio nazionale di oltre 200 persone e arrecando all’erario statale un danno economico complessivo di oltre 2 milioni e mezzo di euro». E fra gli imputati rinviati a giudizio dal gup Nicola Colantonio, c’è anche un cittadino macedone, Buran Dzeimali, accusato di falso, per aver indotto in errore il dirigente dell’ufficio immigrazione di Pescara che, sulla base di falsi presupposti, gli rilasciò il permesso di soggiorno.
Stando alle indagini della guardia di finanza, ci sarebbe stato anche un vero e proprio tariffario che i clandestini dovevano rispettare per ottenere la falsa documentazione e per gli imprenditori che beneficiavano di quella manodopera. Fra le contestazioni, oltre alla truffa ai danni dell’Inps, anche una serie di reati di natura fiscale. Le indagini avrebbero accertato che i cinque principali imputati, «nel costituire le attività aziendali facendole apparire come società in piena attività e con necessità di personale da occupare; nel provvedere ad assumere fittiziamente e dietro versamento di denaro, un numero elevato di lavoratori, in maniera esorbitante e ingiustificata rispetto alle dimensioni delle società stesse; nel provvedere a formare tutta la falsa documentazione necessaria a far apparire come reali i rapporti di lavoro (con buste paga, comunicazioni unilav, cud), avrebbero indotto in errore l’Inps circa l’effettiva costituzione di almeno 249 rapporti di lavoro subordinato fittiziamente instaurati tra gli anni 2012 e 2016».
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