«Fame e sprechi, ma il mondo non vede»

Martín Caparrós vincitore del “Terzani”: «Il peronista Bergoglio non cambierà il corso della chiesa»
UDINE. Il reportage/saggio del giornalista/scrittore argentino Martin Caparros La fame rinchiuso in un libro Einaudi ha vinto il premio Terzani 2016, risultato di una lunga ricorsa all’invisibile in mezzo mondo. «Ammiro Tiziano, l’onore è doppio». «La fame non è l’evidenza, tant’è che ai ricchi del pianeta non interessa un granché», spiega Caparros. «I mezzi ci sarebbero, il problema è solamente politico. Anche la chiesa ha le sue colpe. Ricordo il filosofo Diego Maradona quando si rivolse a Papa Wojtyla: «Santità, vi preoccupate dei bambini poveri e avete i soffitti delle vostre case foderati d’oro. E allora vendi amigo, fai qualcosa». Accadde nell’agosto del 2012. Restiamo in zona, altro giro, altro pontefice, altra freccia. Fresca, però. Bergoglio, l’argentino. «La chiesa era famosa per i pedofili e per gli scandali - attacca Caparrós - quindi il peronista Bergoglio è stata scelta obbligata per restituire un prestigio perduto. Conoscendo il senso del peronismo sono convinto che un vero cambiamento non ci sarà, è solamente una necessità di marketing». «Ogni bambino che muore per denutrizione è di fatto un bambino ucciso», disse il sociologo Jean Ziegler. «La realtà è questa. Novecento milioni di persone non hanno dA mangiare, mentre nell’altra metà del globo il cibo e lo spreco sono diventati spettacolo. Ecco per loro, per chi spadella sotto le telecamere la tragedia è talmente lontana da non rappresentare un’urgenza». Il concetto assume forme diverse, pur restando tristemente lo stesso. Decidere d’immergersi in qualunque altrove per capire, freddamente per capire, ecco, appartiene a rivelazioni improvvise. «Trent’anni a scandagliare il sociale e il politico ti obbliga ad alzare l’asta. Sono nemici che sanno mimetizzarsi, l’apparire è casuale. Mi dico: c’è un sacco di gente senza speranza di nutrimento. Cerchiamola, allora. E così mi ritrovo in Niger dentro un ospedale. È la malaria a uccidere, non la fame. Dieci bimbi al giorno smettono di respirare. Il visibile si palesa, ahimè. Si muore anche per malattie curabilissime, ma il fisico non ha le difese per aggredire il male. Il deperimento è ciò che vedi su quei letti».Quattro anni è durato questo percorso della disperazione. India, Bangladesh, Kenya, Sudan, Madagascar, Argentina, Stati Uniti, Spagna: «Seduto con Aisha su una stuoia di fronte alla porta della sua capanna, sudore di mezzogiorno, terra secca, ombra di albero rado... quando lei mi raccontava della palla fatta con la farina di miglio che mangiava tutti i giorni della sua vita e io le domandai se mangiava davvero quella palla di miglio tutti i giorni della sua vita e ci fu uno shock culturale: “Be’, tutti i giorni che posso”».
Caparrós ci sorprende aprendo le porte di casa Argentina, «una produzione alimentare per sfamare 400 milioni di persone, e noi siamo in 40. Eppure non lontano da dove abitavo ogni giorno trovi una lunga fila davanti a una sbarra. Appena la alzano, migliaia di persone corrono veloci verso una collina piena zeppa di immondizia».

