Fasciani parla per la prima volta «Ho sparato a mio zio per paura»

Il 25enne in carcere da maggio 2023 dà la sua versione in aula prima della sentenza, il 18 luglio Assuntore di cocaina, si era rifiutato di spacciare per il parente: «Per questo lui mi ha aggredito»
CIVITQUANA. «Non avevo via di fuga. Dicendomi che se non pagavo immediatamente mi avrebbe ammazzato, sentendomi minacciato, poiché anche Palma si è alzata dalla poltrona mettendo le mani sul tavolo e cercando di afferrare un arnese metallico, sentendomi in pericolo con loro che mi attaccavamo entrambi, ho reagito estraendo l’arma: in un momento così non sono riuscito a focalizzare, quindi ho iniziato a esplodere colpi all’impazzata, senza né mirare né riflettere. Avevo nel caricatore 10 colpi, ne ho esplosi 8, 2 li ho buttati per strada sentendomi in totale agitazione. Quasi ad occhi chiusi, preso dal panico, sono uscito dall'abitazione».
LA LETTERA Per la prima volta, dopo mesi di silenzio da quel 17 maggio del 2023, Nico Fasciani, 25 anni, accusato del duplice tentativo di omicidio dello zio Giancarlo Fasciani e della compagna di quest'ultimo, Paola Palma, fornisce la sua versione davanti al gup Mariacarla Sacco che lo sta giudicando con il rito abbreviato. Lo fa con delle dichiarazioni spontanee, leggendo una lettera da lui stesso scritta e poco prima dell’accorata arringa dell’avvocato Guido Carlo Alleva (che lo difende insieme alla collega Maura Morretti), che ha cercato di incrinare una pesantissima tesi accusatoria.
IL MOVENTE La droga è il vero movente di questa vicenda giudiziaria che si consumò a Civitaquana (paese dove zio e nipote abitano uno accanto all’altro), come era stato anticipato. Nico assuntore, ma mai spacciatore come pure avrebbe voluto lo zio Giancarlo che quel giorno venne raggiunto a casa sua dai colpi di pistola sparati dal nipote che raggiunsero anche la compagna Paola. Una ricostruzione, quella di Nico, su cui punta anche la difesa per chiedere l’insussistenza della premeditazione che farebbe scendere di molto la pena (il pm Fabiana Rapino nella precedente udienza aveva chiesto 16 anni e 4 mesi di reclusione), forse anche intorno ai 10 anni.
QUELLA SERA Quella sera Nico va dallo zio per acquistare una dose di cocaina per 20 euro. Aveva con sé il marsupio con la pistola che portava sempre con sé per timore che qualcuno potesse portargliela via («spesso la portavo con me nelle serate dove mi facevo un giro per le strade sterrate e se capitava un cinghiale, gli sparavo»). «I due erano in sala a fianco al tavolo a consumare cocaina e crack (sul tavolo era presente anche una siringa)». Nico prende la dose ed esce. Fuori dell’abitazione sniffa la coca, poi rientra e dice allo zio di preparargliene un’altra. Chiede di andare in bagno. «All'uscita dal bagno, come già poco prima», prosegue con le sue dichiarazioni spontanee Nico, «i due bisbigliavano tra loro e lui mi aveva già accennato che rivoleva assolutamente i soldi della droga consumata da me e non pagata in precedenza, accumulando un debito di 250 euro. Lui violentemente mi si è scagliato contro dicendomi che era passato troppo tempo quindi avrei dovuto ridargli almeno il doppio. Io gli dissi che lo avrei pagato in pochi giorni, ma lui ha afferrato la siringa dal tavolo e ha cercato di intrappolarmi sulla porta del bagno». L’imputato spiega così la dinamica dei fatti.
PAURA DI RITORSIONI «Fino ad oggi sono rimasto in silenzio per paura di ritorsioni, perché comunque sono persone violente e posseggono anche armi illegali. Non sono andato lì per ammazzarli. Avrei dovuto scontare il mio debito spacciando per lui, cosa che io ho rifiutato e lui è andato in escandescenze, dicendo che voleva i soldi subito e mi ha aggredito». Alleva ha concluso la sua arringa dicendo che Nico «non ha finito la sua opera, anche se avrebbe potuto: aveva ancora due colpi ma è andato via terrorizzato. La paura è il sentimento che ha condizionato questa vicenda». E uscendo dall’aula il legale ha detto: «Ho cercato, attraverso la lettura delle carte processuali, di arrivare a una determinazione diversa da quella dell’accusa, almeno in termini di valutazione giuridica. Ho ribadito l’insussistenza assoluta di ogni premeditazione, evidenziando come poco prima ci sia stato probabilmente un litigio, una qualche minaccia che abbia scatenato una reazione inconsulta da parte di questo povero ragazzo. Probabilmente era spaventato dallo zio: lo ha dichiarato oggi e lo aveva detto anche ai genitori nei colloqui registrati in ambientale nel carcere: Nico ha sempre detto che si era sentito minacciato».
La sentenza verrà pronunciata il prossimo 18 luglio.

