Federica: io vittima di Stato l’Appello riparta da qui, 29 persone lasciate morire

Parla la figlia dei loretesi Piero e Barbara Di Pietro, tra le vittime della valanga: il procuratore dice esattamente quello che penso, sentenza lontana dalla realtà
PESCARA. «Ventinove morti, e il fatto non sussiste. Come si può?».
Federica Di Pietro lo ripete e non si dà pace. Lei che sotto le macerie dell’hotel Rigopiano, con la sorella Fabrizia ha perso i genitori Piero Di Pietro e Barbara Nobilio, di Loreto Aprutino, alla vigilia della sua festa di laurea, oggi dice: «Il senso di sgomento e di sdegno provato giovedì, alla lettura della sentenza che assolve 25 su 30 imputati, è stato più forte di sei anni fa. Un dolore più forte di quello dei funerali di mia madre e mio padre».
Federica, tre anni fa ha preso la seconda laurea in Scienze politiche con una tesi su Rigopiano e su quanto in quella tragedia abbia pesato la mancanza di etica della responsabilità nella pubblica amministrazione. Qual è il suo pensiero oggi?
«La sentenza di giovedì suggella proprio questo, che l’etica della responsabilità anche di fronte alla legge non solo non viene valutata, ma neanche menzionata. È qualcosa di devastante. E lo dico da cittadina, prima ancora che da orfana di Rigopiano. Anzi, oggi non mi sento più un’orfana di Stato, oggi sono una vittima di Stato. Ci hanno ammazzato una seconda volta. E anche se non condivido la violenza che c’è stata in aula, confesso che anche io in quei momenti ho avuto dei pensieri negativi orrendi, che non mi appartengono, perché ho provato una rabbia incontenibile».
Che cosa le ha fatto più male?
«Voglio aspettare di leggere le motivazioni, ma a fronte di tutte le motivazioni possibili, sentirsi dire che il fatto non sussiste, o che il fatto non costituisce reato, di fronte alla morte di 29 persone peraltro mai nominate nella sentenza, no... mi dispiace, non riesco a trovare una logica che mi faccia comprendere. Lo so che la verità processuale discende dalle regole del diritto processuale, e spesso non corrisponde alla verità in senso assoluto, ovvero la verità dei fatti, ma i fatti erano talmente evidenti... come hanno fatto a non farli coincidere? Con quale coraggio si sono dimenticati di 29 morti?».
Il procuratore Bellelli nella sua intervista al Centro dice “questa sentenza forse è troppo lontana dalla realtà”. Cosa chiede alla Procura che ha già annunciato il ricorso?
«È esattamente quello che sto dicendo: i fatti sono quelli, come si è potuto dare più spazio alla procedura che alla realtà? Sono morte 29 persone e il massimo della pena è di 3 anni e 4 mesi? Va bene tutto, ma 3 anni e 4 mesi non si danno nemmeno a chi ruba per strada. L’Appello a mio giudizio deve ripartire da qui: 29 morti, la strada chiusa e l’hotel crollato. Ripartire da 29 persone morte. Nella mia tesi su Rigopiano ribadivo che il movimento tellurico in una zona sismica è del tutto naturale, anche la neve abbondante a 1.200 metri è del tutto naturale: è tutto il resto che è stato innaturale. Com’è innaturale che la politica e gli enti siamo rimasti fuori da questo processo sin dall’inizio».
Che cosa si sente di dire al giudice?
«Quelle poche volte che ho assistito alle udienze non ho mai avuto un giudizio negativo sul giudice Sarandrea, e non ce l’ho anche adesso. Con la differenza che quando lo ascoltavo allora, pensavo che la sua freddezza fosse data dal suo ruolo super partes ed è giusto che sia così. Ma l’altro giorno per me è stata una pugnalata. Mi sono sentita ferita da cittadina, con tutta quella sfilza di assolti, perché il fatto non sussiste. Perché questo significa che in questo Paese, dopo la sentenza sui 29 morti di Rigopiano, è meglio che non si capiti in qualche situazione di rischio o pericolo, perché non solo ti lasciano morire, ma è un Paese che non ti riserva poi neanche un barlume di giustizia, perché il fatto non viene considerato. Si guarda solo alla procedura».
Suo figlio Fabrizio, due anni e mezzo, che corre sulle foto dei suoi genitori e delle altre vittime, esposte sul piazzale del Tribunale il giorno della sentenza: che valore dà a quell’immagine?
«Quella foto racconta una parte della storia, una parte devastante della storia, che lui conosce già - nonostante non abbia mai visto i suoi nonni - e che continuerà a conoscere. E che da giovedì mi distrugge di lacrime».
Aspetta un secondo bambino, che Paese spera di lasciare ai suoi figli?
«L’ho scritto pubblicamente giovedì dopo la sentenza a mio figlio: “vivi in una terra corrotta e priva di ogni sentimento. Mi auguro che l’Amore che provo per Te possa lenire tutte le delusioni che ti saranno ingiustamente provocate. Ma non finirà qui. La giustizia divina è immensa e non risparmierà nessun imputato».
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