Fidanzati malmenati e rapinati in centro

Prima gli insulti alla ragazza derubata della borsa e poi le botte. Ma la banda è stata individuata grazie alle telecamere
PESCARA. Un odioso episodio di bullismo, ai limiti della baby gang, si è verificato la notte del 21 ottobre scorso in pieno centro a Pescara, nella frequentata via Carducci. Un pestaggio in piena regola di una coppia di minorenni che era tranquillamente seduta su di una panchina. Un episodio ora all'attenzione della procura della Repubblica che sta valutando come procedere nei confronti di quel violento terzetto di diciottenni (composto da due ragazzi pescaresi e una ragazza chietina), al quale ha dato man forte anche un minorenne già denunciato al Tribunale dei minori dell’Aquila.
Il sostituto procuratore Anna Benigni, che conduce l’inchiesta, ha fatto acquisire dalla polizia (che quella notte ricevette la chiamata al 113) le registrazioni di tutte le riprese filmate delle telecamere delle attività commerciali presenti in quel tratto di porticato di via Carducci. Stando alla ricostruzione fatta dagli investigatori, grazie soprattutto anche alle testimonianze delle due giovani vittime, intorno all'una e trenta di notte i quattro passano davanti alla coppia seduta e uno di loro comincia ad insultare la ragazza. È a quel punto che la giovane chiede loro il perché di quegli insulti. La risposta è secca: «Perché fai schifo, tro...». A quel punto, il ragazzo al suo fianco si alza per prendere le difese della fidanzatina e lì si scatena l’assurda reazione del branco. Botte ingiustificate ad entrambe le giovani vittime e la furia di alcuni di loro che non si ferma neppure quando il ragazzo è a terra, indifeso, e si raggomitola in posizione fetale per evitare i colpi violenti inferti dagli aggressori. Poi i quattro si allontanano, non prima di aver strappato la borsa alla ragazza.
Rapina e lesioni personali i reati che la procura contestata ai tre maggiorenni. Una sequenza terribile di qualche minuto che trova conferma nelle riprese della telecamere del negozio “Pescara Store”, dove si riescono a scorgere anche i lineamenti degli aggressori e dove si vede chiaramente che uno di loro fa addirittura il jolly: picchiando alternativamente il ragazzo e la ragazza in un valzer di inaudita e gratuita violenza. Ma c’è di più. Perché uno di loro, sicuro della sua impunità, con arroganza fa sapere anche il suo nome alle vittime. Ed è partendo da questo nominativo che la polizia riesce poi, anche attraverso i social, a risalire agli altri componenti del gruppo.
Le due giovani vittime vengono soccorse dalla volante della polizia e trasportate in ospedale da un’ambulanza. Il ragazzo, peraltro, ha rischiato anche di perdere un occhio per i colpi violenti ricevuti in viso.
Il giorno dopo, accompagnata dai rispettivi genitori, la coppietta di fidanzatini si presenta in questura per sporgere denuncia. Nel frattempo la polizia, a tempo di record, aveva individuato tutti i picchiatori e si era procurata le loro fotografie, sottoposte alle due vittime per il riconoscimento che ci fu soltanto da parte del ragazzo. E quando tutto sembrava finito, ecco che il ragazzo picchiato riceve su instagram un messaggio dell’unico del gruppo che aveva incautamente rivelato il suo nome, il quale gli diceva che doveva essersi trattato di un errore, perché lui era completamente estraneo a quella vicenda. Salvo poi inviare un nuovo messaggio alla vittima, il giorno successivo, quando forse qualcuno gli aveva fatto notare che la sua difesa era troppo debole, cercando una composizione bonaria. «Fammi chiamare da tua madre così ci mettiamo d'accordo», scrive in sintesi uno degli aggressori alla vittima, «cerchiamo di risolvere la cosa tra persone civili». E poi: «La borsa è di poco valore, fammi sapere quanto vuoi e chiudiamo la questione».
Non solo, ma dopo essersi scusato anche a nome degli altri per quello che era successo, come se quel gravissimo episodio notturno fosse stata una semplice bravata che può capitare a chiunque, gli fornisce la verità su quell’inatteso ravvedimento: gli spiega infatti che ha già una “messa alla prova” per una diversa vicenda giudiziaria e che, quindi, non si può permettere di prendere una denuncia.
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