Fiori e piante, i produttori: un disastro, ora speriamo

Caravaggio (Assoflora): un anno tremendo, senza cerimonie e con i negozi chiusi Matricardi (Arfa): il fatturato è sceso quasi a zero, le famiglie non comprano più
PESCARA. Raccogliere i fiori e buttarli, perché non c’è mercato. Distruggere piante pronte per essere vendute, perché non c’è chi le compra. Ritrovarsi con i magazzini pieni di piante ornamentali e quindi essere costretti a rinviare l’avvio di un nuovo ciclo. La quotidianità di chi lavora nel settore del florovivaismo è stata sballata dal coronavirus: la pandemia, con il blocco di molte attività e anche delle cerimonie, ha provocato ripercussioni pesanti sulle imprese e l'emergenza nel settore non è ancora rientrata.
«Non sono mesi semplici», dice Guido Caravaggio, presidente di Assoflora, l’Associazione dei produttori florovivaisti abruzzesi che raccoglie 60 imprese (impegnate in 40 tipi di produzioni diverse). Guardando indietro pensa al periodo più duro, tra marzo e aprile dell’anno scorso, quando «le produzioni erano pronte per uscire ma i clienti frenavano, i negozi hanno chiuso, la grande distribuzione annullava gli ordini». In quel periodo le aziende hanno dovuto disfarsi dei fiori, «buttandoli», così come fanno ancora oggi, e distruggere i vasi di piante stagionali, «perché non sarebbe stato possibile venderle in un’altra stagione», mentre le piante ornamentali invendute che occupavano spazio nei magazzini hanno impedito di avviare nuovi produzioni, per cui «ancora oggi si avvertono gli strascichi» di quella situazione.
Tante facce della stessa realtà, quella dei produttori, il cui destino è legato inevitabilmente al rapporto con il pubblico, che il Covid-19 ha interrotto all’improvviso, facendo chiudere i negozi e saltare le cerimonie. Un segnale positivo è arrivato «a maggio-giugno, quando le persone hanno avuto la possibilità di uscire e c'è stata una specie di esplosione del mercato, legata al desiderio sempre più diffuso di occuparsi del verde, di trovare una valvola di sfogo, di fare qualcosa che era stato tralasciato fino a quel momento. I clienti si sono inventati di tutto: abbiamo visto orti realizzati sui balconi, oppure i balconi trasformati in fioriere, e notato persone che impiegavano ore per acquistare delle piante. Siamo tornati un po’ alla normalità, pur avendo tutti i problemi legati alla produzione invenduta. Sono rimaste le incertezze e si è andati avanti in una sorta di saliscendi, perché le aperture alternate alle chiusure hanno un certo impatto».
Caravaggio si fa guidare dall’ottimismo anche se «nel 2020 abbiamo perso fatturato, al pari di altre categorie. Le nostre sono aziende composte da giovani, laureati e diplomati che credono nell’innovazione, che hanno investito e investono per cui puntiamo alle prossime stagioni con positività, grazie alla campagna di vaccinazione, resistendo a questa fase. Le vendite all’estero sono ripartite, dopo un periodo difficile, e si registra la novità degli acquisti on line», conclude il rappresentante di Assoflora chiedendo alle amministrazioni «di guardare al nostro come a un sistema produttivo particolare, con delle peculiarità proprie, per cui va trattato in modo diverso da agricoltura e industria». Ha una visione «tutt’altro che rosea», Remo Matricardi, presidente della Associazione regionale florovivaismo abruzzese (Arfa), che parla di «situazione nera».
«Tutto il settore si è fermato, ha rallentato, da chi si occupa della produzione ai commercianti. Il fatturato è sceso quasi a zero perché le famiglie non comprano, le cerimonie sono diminuite del 90%, il sistema fieristico promozionale è fermo e si sta posticipando Florviva a settembre 2021, Covid permettendo. Gli enti pubblici cercano soluzioni per i contributi, ma si deve cercare di riaprire e di tornare alla normalità, con tutte le precauzioni del caso. Le nostre attività, gestite a livello familiare, non vogliono chiudere bottega, ma sono all’angolo tra tasse, affitto, spese e personale, per chi ce l'ha ancora», aggiunge sconfortato.(f.bu.)
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