Flaiano, la leggerezza e il Blu di Prussia

28 Gennaio 2013

Nella sua “Autobiografia” la contemplazione tragicomica del mondo

“Lezioni americane”, capolavoro incompiuto e postumo di Italo Calvino, s'apre all'insegna della leggerezza: sostenere le ragioni della leggerezza, nella scrittura sì come nella vita, per Calvino significava sconfiggere il volto di Medusa del mondo, il potere pietrificante della realtà; lo scrittore così diventa un agile Perseo che per vincere il potere densificante del vero, «si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un'immagine catturata da uno specchio».

Ecco,credo che Ennio Flaiano, il nostro Ennio Flaiano, sia stato uno degli scrittori più leggeri - e allo stesso tempo tremendamente impegnati a lottare contro la dolorosa “pietra” del reale -, di un Novecento ingrato proprio con i figli che meglio lo hanno interpretato. Ma più a fondo siamo (stati) colpevoli noi abruzzesi, che dovremmo avere sete di conoscere le meraviglie di D'Annunzio e Flaiano, non ricordarcene durante la gloria posticcia degli anniversari; le ragioni sono diverse e non tutte di ordine, come dire, scolastico o sovrastrutturale, ma la più importante è che il Vate, sì come il Satiro solitario (mai due individui tanto differenti!), hanno scritto pagine memorabili sul carattere malmostoso e insieme mistico che è il nostro essere abruzzesi.

Ad esempio, prendiamo “Autobiografia del Blu di Prussia”, uno dei molti volumi postumi di Flaiano, progetto incompiuto che raccoglie prose tematicamente eterogenee, che vanno dagli anni Trenta agli anni Settanta, sorta di contenitore in cui defluivano i residui delle opere edite che Flaiano pubblicò in quegli anni (“Diario Notturno” e “Un marziano a Roma e altre farse” su tutte). Questo libro contiene un'amarezza e una disperazione pari solo alla leggerezza con cui lo scrittore è in grado di procedere sulla pagina (e nella vita?), legate senza soluzione di continuità all'ironia, escamotage che in Flaiano mi è parso sempre un modo di sopravvivere, più che un vero e proprio marchio di fabbrica ad uso e consumo del lettore.

Eppure ci si diverte, con il ghigno storto, a ritrovare i temi prediletti - quali il suicidio, l'equivoco, la noia e la catastrofe universale -, ma con la tonalità del Blu di Prussia, di colui che «odia i mistici e la xilografia , l'acquerello, le donne e posa maleducato», colore industriale nel quale «vedi la dissoluzione morale e intellettuale». Il Blu di Prussia è un Flaiano che tra un paradosso e un altro ad un certo punto inizia ad affabularci con il “Nuovo Messia d'Abruzzo”, perfetto personaggio flaianeo sospeso tra il fantastico e il folklore della mitopoiesi nostrana, al secolo Don Oreste De Amicis, parroco di Cappelle sul Tavo, rara figura di impostore, devoto servitore della propria pazzia e indefesso pastore di un'Italia che non sarebbe stata più la stessa. Leggere le avventure di Don Oreste, narrate da un Flaiano inedito, ci riconcilia con una storia cancellata dalle nostre memorie, ci fa trascorrere ore godibili di autentico intrattenimento, con il merito di far comprendere al lettore che l'esercizio della leggerezza non porta alla stupidità, ma alla contemplazione tragicomica del mondo.

Federica D’Amato

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