Francesca che da casa insegna e fa la madre

PESCARA. Quello che manca è lo stacco tra lavoro e tempo libero, il passaggio dalla classe al clima di casa. Francesca Carusi, giovane mamma che insegna Storia dell’arte divisa tra Tito Acerbo e...
PESCARA. Quello che manca è lo stacco tra lavoro e tempo libero, il passaggio dalla classe al clima di casa. Francesca Carusi, giovane mamma che insegna Storia dell’arte divisa tra Tito Acerbo e liceo classico, si è adattata velocemente allo smart working. Contrattempi compresi, come quello di gestire le incursioni della figlia che, ogni tanto, fa capolino nello spicchio di abitazione che, per una parte della giornata, si trasforma in cattedra.
«Stare sempre in casa mischia il tempo del lavoro e quello dedicato alla famiglia e a se stessi», spiega la docente, «con una bimba in prima elementare a volte diventa ancora più problematico: anche lei ha avuto uno shock nel momento in cui iniziava a legare coi coetanei, e non è facile farle capire che adesso in casa c’è un momento per la scuola e uno, appunto, proprio per la casa. Capita che arrivi in sordina nella mia stanza, e contemporaneamente devo gestire la classe e la bimba. Poi qui siamo in tre, perché anche mio marito insegna: l’appartamento in pratica viene diviso in tre scuole».
Adattarsi alla didattica a distanza non è stato un grosso problema: «Nella prima settimana di chiusura già eravamo pronti: tutti i docenti e i dirigenti hanno fatto un lavoro eccellente». Con i circa duecento alunni che ha tra i due istituti, la prof di Storia dell’arte ora lavora a pieno regime, nonostante qualche difficoltà iniziale: «È stato necessario fornire ad alcuni studenti supporti come computer, tablet o connessioni, e purtroppo restano disagi per la copertura della rete veloce in alcune zone».
I ragazzi hanno reagito bene, perché «sono stati presenti, hanno cercato di trovare nella scuola un contatto e un modo per affrontare questa situazione difficile. Questo resta però sempre un sistema percorribile solo in caso di emergenza: l’ambiente digitale può essere un supporto ma non la normalità», chiosa la Carusi, «perché la classe reale è fondamentale come luogo di apprendimento: le relazioni umane con i coetanei e gli insegnanti sono indispensabili».
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