Francesco Rosi e l'Abruzzo "Qui ho sciato e insegnato"

11 Gennaio 2015

Il ricordo di uno dei maestri del cinema italiano scomparso sabato scorso nell'intervista rilasciata al Centro nel 2006, in occasione dell'inaugurazione dei corsi dell'Accademia dell'Immagine dell'Aquila

PESCARA. «Il cinema è Storia, e come tale dovrebbe diventare in tutte le scuole del mondo un necessario complemento di insegnamento». E' con questa idea del cinema che Francesco Rosi inaugurò, il 22 novembre del 2006, i corsi dell'Accademia dell'immagine all’Aquila. Il regista napoletano scomparso sabato a 92 anni, raccontò il suo cinema al Centro in un’intervista di cui riproponiamo qui alcuni ampi stralci.

Come è nata la sua passione per il cinema? «Avrò avuto tre-quattro anni e mio padre mi portava già al cinema con lui. Rimasi folgorato dal "Monello" di Chaplin. Mio padre vinse anche un premio con una fotografia in cui c'ero io, con in testa una coppola, che imitavo Jackie Coogan, il piccolo attore del "Monello". Per fare il cinema, poi, sono venuto a Roma. Ho fatto di tutto - il generico, la comparsa - pur di stare nell'ambiente. Poi ho avuto la fortuna di incontrare registi come Giannini e Luchino Visconti dai quali ho appreso il mestiere. A scrive una sceneggiatura l'ho imparato da giganti come Suso Cecchi d'Amico e Sergio Amidei. Non potevo desiderare di meglio».

L'esperienza di aiuto regista di Visconti sul set della «Terra trema» nel 1948 è stato centrale nel suo apprendistato? «Sì. Era un film molto sui generis, nato come documentario e diventato, poi, una pellicola di lunghezza normale, anzi oltre il normale; un film girato tutto sui luoghi veri del romanzo di Verga, ad Aci Trezza in Sicilia, con attori non professionisti che parlavano il loro dialetto».

Che cosa aveva di così affascinante il grande cinema italiano del dopoguerra fino agli anni Settanta? «E' un cinema che ha raccontato l'Italia. La televisione pubblica dovrebbe riproporre continuamente quel cinema ai ragazzi di oggi, che non ne sanno assolutamente niente. Riproporlo solleciterebbe i ragazzi ad apprendere la storia del Paese e a rifletterci sopra. Oggi si pensa comunemente che ci sia bisogno della fantasia per rendere più cinematografica la storia. Questa è una delle più solenni sciocchezze. Bisogna, invece, fare in modo che la verità dei fatti diventi un fatto artistico semplicementre in base ai dinamismi narrativi. Il mio "Salvatore Giuliano" è un esempio di questa modo di procedere».

Come spettatore che cosa cerca nel cinema? «Amo vedere cose che mi comunichino emozioni vere, non alterate".

Vede in giro degli eredi? «Non mi piace parlare di eredi. Certo, ci sono stati registi che hanno detto che non avrebbero fatto il loro cinema se non ci fosse stato un film come "Salvatore Giuliano": da Gillo Pontecorvo a Oliver Stone. Tra gli ammiratori del mio cinema ci sono registi come Scorsese e Coppola e altri che non ho voglia di citare. Io ho fatto un tipo di cinema che ancora oggi è molto attuale. Un film su Napoli come "Le mani sulla città" parla ancora all'Italia di oggi. Oggi è un film cult, ma quando uscì, 43 anni fa, ci furono discussioni e polemiche a non finire anche se poi vinse il Leone d'oro a Venezia. E' un film che ha un suo modo di esprimersi, molto personale, così come lo hanno "Salvatore Giuliano", "Lucky Luciano" oppure "Il caso Mattei"».

La realtà è sempre interessante al cinema? «Il mio scrupolo costante è stato quello di non alterare la verità contaminandola con la fantasia. La realtà, infatti, contiene tanta fantasia quanta ne può servire per rendere un film eccitante per lo spettatore al quale io chiedo sempre una partecipazione attiva alla storia che racconto».

E' possibile, oggi, influire sulla realtà con il cinema? «Se rispetta la verità, il cinema può mettere a disposizione dello spettatore attivo elementi per riflettere sulla realtà. Il mio cinema cerca di avvicinarsi alla verità fornendo elementi di riflessione che provocano nello spettatore l'esigenza di ragionare sulle cose. Prendiamo "Il caso Mattei". In quel film ho messo in contrapposizione le certezze della commissione ufficiale d'inchiesta sulla morte di Enrico Mattei (presidente dell'Eni morto in un incidente aereo nel 1962, ndr), che escludevano l'attentato, con l'ipotesi che invece un attentato vi fosse stato».

Quale è stato il suo rapporto umano e professionale con l'Abruzzo? «Da ragazzo andavo a sciare a Roccaraso, da Napoli. Ho frequentato molto un posto bellissimo come Pescasseroli. Ma il periodo più prolungato che ho trascorso in Abruzzo risale a qualche anno fa, quando tenni un seminario di una settimana sui miei film, proprio all'Accademia dell'immagine». ©RIPRODUZIONE RISERVATA