Franco, da cinquant’anni ristoratore dei campioni

Nel suo locale il Pescara di Oddo è tornato a festeggiare la serie A dopo 4 anni Ci sono stati anche Totti e Andreotti. «Il mio segreto? Vedo tutto e non so niente»
PESCARA. Ha visto mariti portare a cena una sera la moglie e un’altra l’amante, e sempre impassibile è rimasto. Perché, dice «per far bene il ristoratore, vedi tutto e non sai niente».
E Franco, Franco Vascellini, ne ha viste di tutti i colori in più di 50 anni di attività prima nello storico locale di via Andrea Doria e poi, dal 2007, al porto turistico, quartier generale del Pescara calcio nei suoi momenti più felici. Come le promozioni, ad esempio, quella di Zeman di quattro anni fa e quella di mister Oddo appena giovedì scorso quando alle tre di notte, di ritorno dall’impresa siciliana, squadra e dirigenti sono tornati a festeggiare ancora da Franco, fino all’alba.
Signor Franco, ma perché vengono sempre da lei?
Non lo so, è un’abitudine, porto fortuna.
Ma tra torte in faccia e schizzi di champagne l’altra notte i giocatori hanno fatto un macello nel suo locale. Non se la prende?
Macché, niente di grave, niente di grave, non hanno fatto niente.
Fino a che ora sono rimasti a fare festa?
Se ne sono andati alle sei e mezza, e noi abbiamo finito di rimettere a posto a mezzogiorno. A pranzo non ho aperto.
Be’ allora anche lei ha fatto l’impresa. Ma chi si è scatenato di più tra i biancazzurri?
Verre e Caprari.
E la volta di Zeman?
Immobile e Insigne, i più scatenati.
Ci racconti un po’ dei suoi clienti vip, qualche nome.
Ce ne sono stati tanti. Lippi, Totti. Il bolognese che è morto, Dalla, è stato tre giorni attraccato al porto turistico e veniva a prendersi il pesce da me per portarselo in barca. Ma al vecchio locale ho avuto anche Claudio Villa, i Pooh, Pannella che prendeva arrosto e spaghetti alle vongole, e Giulio Andreotti. Senza contare tutto il Pescara di quei tempi, Tom Rosati, Cadè, Zucchini, Nobili. Ancora adesso quando viene a Pescara come l’ultima volta, passa sempre Junior. Ma non solo per il pesce, soprattutto per l’amicizia.
E qual è il cliente di cui va più orgoglioso?
Andreotti. Una persona straordinaria. Quando finì di mangiare venne a ringraziarci in cucina dando la mano a tutti.
E il più maleducato?
Non si può dire.
E con i maleducati come fa?
Devi abbozzare, devi avere la forza di stare zitto, il cliente ha sempre ragione. Ma il difetto peggiore è la presunzione, l’arroganza di quelli che pensano che siccome pagano gli è dovuto tutto.
Quando ha iniziato a lavorare?
A dodici anni. Ho fatto fino alla quinta elementare, ma la scuola non mi piaceva e allora si usava ancora che se non studiavi andavi a lavorare. E così da Silvi mi mandarono da mio zio Gabriele che aveva una trattoria sempre in via Doria, dove sta la pizzeria del porto.
Quindi è di Silvi?
Sì, ma ho 66 anni e vivo a Pescara da quando ne avevo 12. Sono un pescarese a tutti gli effetti.
I suoi genitori che facevano?
Mio padre Enrico faceva il muratore, ha lavorato nel nord della Francia, a 100 chilometri da Parigi, per tantissimi anni. Sposato con mia madre Isolina Cipriani. In Francia ci sono andato due tre volte, per le vacanze, ma sono venuto da mio zio Gabriele, il fratello di papà, che mi ha cresciuto come un figlio. Abitavamo in via Marco Polo.
Come ha iniziato?
Facevo un po’ tutto. Il cameriere, il garzone, stavo in cucina, andavo a comprare il pesce. Con mio zio sono stato dal 1962 fino al 1987, lui e mia zia cucinavano e io e le figlie stavamo in sala. Ma a un certo punto, mi ero messo un po’ di soldi da parte, e decisi di mettermi in proprio. Mi misi sempre in via Doria, prima di Di Porperzio, il locale lo feci blu fuori, un colore che mi piace.
Intanto si era sposato?
Sì, con Elena Passeri. L’ho conosciuta che io avevo 22 anni e lei 14 in un locale da ballo di Francavilla, il Maracanà. Prima mi piaceva ballare. Ci siamo sposati nel 1978 che lei aveva vent’anni. Quando aprii il locale mia moglie stava in cucina, con un’amica, e io in sala. La nostra vita l’abbiamo passata dentro il ristorante. Non sono mai esistite feste, domeniche, Natali, Pasque.
Qualche rimpianto?
No è il mio lavoro, ho fatto la vita che volevo.
E poi nel 2007 è venuto al porto turistico, lasciando un locale che era un’istituzione. Perché?
Tanti clienti mi diedero del pazzo, ma provai a fare una scelta di qualità. All’inizio mi ero quasi pentito, poi però è andata bene.
Lavora molto anche con matrimoni e comunioni. Come sono cambiati?
Prima tanti invitati, pranzi fino a sera. Adesso da cento la media è di 40, 50 persone e alle 18,30 è già tutto finito.
Be’, una bella maratona comunque.
Ma prima durava fino a sera, altri tempi.
Che cosa le ha insegnato suo zio Gabriele?
Lavoro e onestà.
Aveva qualche soprannome?
Sì, Gabriele lu zezzon’. L’ho ereditato anch’io fino a quando sono stato in via Doria.
E le dava fastidio?
No, perché so da dove viene. All’inizio la trattoria di mio zio era una cantina, dove andavano i pescatori a mangiare. E i pescatori quando mangiano la zuppa di pesce bagnano ognuno il proprio pezzo di pane nella pentola di sugo. E poi se lo mangiano con il pesce sopra. Ma mai a rimettere il pane già morso nella pentola. Mio zio con questo soprannome è stato un’istituzione al porto, per 50 anni.
In questi 50 anni sono cambiate le persone, ma pure il pesce.
Si è vero, ci sono certi pesci che sono spariti. La pescatrice, la mazzolina, il san pietro, le gallinelle grandi. Le telline.
Il suo piatto forte?
Scamponi bolliti e coda di rospo alla cacciatora con i funghi porcini.
Il segreto di un buon sugo.
Peperone dolce secco tritato.
Un pregio e un difetto dei pescaresi.
Il difetto è che vogliono la roba buona spendendo poco. Il pregio è che quando si affezionano non ti lasciano più.
Fissazioni dei clienti?
Ce ne sono tante. La più ricorrente quella delle vongole salate. Ma io il sale non ce lo metto, sono le vongole fresche che ricacciano l’acqua, che è saporita.
Che ne pensa del sushi?
È una moda che passerà. Io proseguo con la cucina marinara, sono 50 anni che la faccio e va sempre bene.
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