Galasso: è una tragedia senza confini, dobbiamo guardarci negli occhi

In “Mare Fuori” l’attore pescarese è in equilibrio tra bene e male «La scuola diventi luogo di educazione e non pensi solo ai computer»
PESCARA. Un uomo mite, normalissimo che vive nella legalità la cui vita viene stravolta dal figlio che prima viene arrestato per aver commesso un omicidio e poi a sua volta viene ucciso dalla camorra. È la storia di Alfonso, papà di Gaetano, per tutti ’o Pirucchio. Ma per lui, per fortuna, non è vita vera. Alfonso nella realtà si chiama Domenico Galasso, pescarese, e suo figlio (non solo nella finzione) Nicolò. Loro sono due attori di “Mare Fuori”, la serie italiana di successo che ha portato sul piccolo schermo il disagio giovanile, attraverso le storie dei ragazzi reclusi nell’Ipm di Napoli, il carcere minorile con vista sul mare. Nella serie la vicenda ha avuto un epilogo tragico per padre e figlio, quando proprio nel momento di recupero di Gaetano e del rapporto con il papà, il giovane viene ucciso.
La storia di ’o Pirucchio nella fiction sembra avere tantissime somiglianze con l’omicidio del sedicenne Christopher Thomas per mano presumibilmente di suoi due coetanei, che nei giorni scorsi ha stravolto Pescara. Ragazzi di famiglie normalissime che commettono un omicidio.
Cosa ha pensato quando ha saputo del drammatico episodio di Pescara?
«In “Mare Fuori” una delle speciali qualità della scrittura e dell’idea è nel fatto che esiste un possibile coinvolgimento di chiunque. Nessuno si scopre immune dal pericolo che presenta questa aberrazione, che non è la malavita, ma è il mal vivere. Non sono tanto i singoli. L’atteggiamento nella finzione del personaggio del padre di Gaetano è un atteggiamento in opposizione, quasi direi non naturale. Lo sforzo della civiltà è procedere contro natura, non cedere al desiderio di sopraffazione, alla forza bruta, perché è il rispondere alla legge della gravità. È come il masso di Sisifo, che lo porta su e a mano a mano che si sale, lui perde di forza che invece guadagna il masso. Arrivati a un certo punto il masso diventa più forte e riprecipita verso il fondo. Questa è una immagine potente che penso possa dare l’idea dello sforzo per la costruzione della civiltà, del vivere civile. L’evento che è accaduto è il sintomo non di un problema singolo, ma della società».
Un aspetto che fa male di questa vicenda, oltre ovviamente alla tragica fine del 16enne, è la mancanza di empatia e di pentimento dimostrata dai presunti colpevoli. Pensa che uno dei problemi dei giovani di oggi sia l’assenza di emozioni vere, forse perché dominati dalla vita finta dei social?
«Questo assolutamente. Però Platone diceva che se guardi nella parte più preziosa degli occhi di chi ti sta di fronte, trovi te stesso. Il problema è che non siamo educati a guardarci negli occhi. Non per andare contro i cellulari e gli altri dispositivi tecnologici che abbiamo a disposizione, ma il problema è esattamente questo. Penso che in questo bisognerebbe agire soprattutto all’inizio, in fase pre adolescenziale. La scuola deve diventare luogo in cui questa educazione dovrebbe avvenire, tuttavia ciò non avviene, perché i finanziamenti che vengono assegnati sono in gran parte legati all’implementazione degli strumenti tecnologici. Ho avuto spesso a che fare con le scuole, nel proporre progetti sul teatro, ma ora ho smesso perché non trovo nei dirigenti scolastici interlocutori realmente interessati a progetti che vadano oltre lo spettacoluccio di fine anno. Il teatro è il luogo in cui l’umanità si esercita nello sviluppo delle relazioni. Mette in prova l’uomo che va in relazione con un altro uomo. La mancanza di empatia non è un problema del singolo, ma della società che dovrebbe mettere in atto delle azioni per far capire che noi non siamo dei singoli, ma siamo una comunità».
A proposito di quello che potrebbe fare la società, Marina Falivene, la garante regionale dell’infanzia e adolescenza ha fatto una proposta: i ragazzi a casa sabato sera con i genitori per riflettere su questo efferato omicidio. Cosa pensa di questa idea?
«Chiudersi e non uscire per parlarne sì, ma penso anche l’esatto contrario. Usciamo tutti insieme, incontriamoci nei cortili, nelle piazze, nei giardini. I ragazzi coinvolti in questa vicenda, 4 anni fa nel pieno del Covid avranno avuto 12 anni. Ecco, penso che in quel periodo con quegli eventi, qualcosa di gravissimo è successo a loro come a chiunque altro. La condivisione, l’esercizio delle relazioni sono la strada giusta».
La città è davvero scossa da quanto accaduto. Lei da pescarese come si sente al riguardo?
«Non mi viene da ragionare in termini di territorio. Non esiste un territorio più difeso di un altro, quando il contesto è così devastato dall’assenza di azioni. Tutto questo è successo qui, ma in realtà è successo ovunque. È successo all’umanità e non a Pescara».

