Gentiloni: «Web e carceri palestre per i terroristi»
Il premier: fenomeno radicalizzazione in Italia inferiore rispetto ad altri Paesi Il governo propone una protezione contro il contagio estremistico sulla rete
ROMA. «Uno dei risultati più importanti è aver appurato che i percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi, nelle carceri e nel web, più che in altri luoghi che abbiamo magari molto seguito negli scorsi anni o decenni. Non c’è un idealtipo uguale per ciascuno dei soggetti che si radicalizzano, sono situazioni molto diverse. Ma bisogna lavorare sulle carceri e sul web per la prevenzione». Paolo Gentiloni illustra le linee guida alle quali il governo ispira la sua azione, accendendo un faro su carceri e web come “palestre”dei fenomeni di radicalizzazione ma confermando anche che l’Italia non viene meno ai suoi doveri, e alla propria tradizione, in termini di accoglienza.
L’occasione è offerta da una conferenza stampa che si tiene al termine dell’incontro tra il presidente del consiglio, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, e la Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista coordinata dal professor Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico e violenza politica.
E il primo punto sul quale Gentiloni insiste molto è azzerare l’equazione immigrato-terrorista. La necessità di vigilare sulla potenzialità che i fenomeni migratori che interessano anche il nostro paese alimentino la minaccia del terrorismo «non autorizza ad equazioni improprie tra fenomeni migratori e minaccia terroristica» precisa il presidente del Consiglio, che sottolinea una specificità italiana nei fenomeni di radicalizzazione.Una specificità «per certi versi più rassicurante nel senso che le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi. Ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighters non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo» Taglia corto Gentiloni. L’Italia, insomma, presenta meno radicalizzazione che altrove, ma non bisogna abbassare la guardia , monitorando soprattutto le carceri e il web. «Abbiamo bisogno di prevenzione, prevenzione, prevenzione» e di «massima vigilanza» assicura il premier che invita a «coinvolgere» anche la comunità islamica in questa attività preventiva.
«Il fenomeno della radicalizzazione è per sua natura in evoluzione, non può essere “fotografato” perché le sue forme cambiano in modo molto significativo e in tempi molto rapidi» spiega Minniti, che propone di costruire una rete di protezione contro il «malware del terrore». «Questa rete» precisa il ministro «naturalmente non può essere di competenza dei singoli Paesi, serve una collaborazione internazionale molto forte tra i governi e i grandi colossi del web. Tra l’altro, nel momento in cui l’Is appare sulla difensiva dal punto di vista militare, cresce l’eventualità di azioni asimmetriche. E il monitoraggio della rete diventa allora ancora più importante». Quel che è certo è che il fenomeno in Italia è ancora lieve. «Ci sono poco più di 100 foreign fighters, un numero molto inferiore rispetto a Germania, Francia o Belgio» ricorda il professor Vidino, che spiega a cosa è dovuto il ritardo: «In Italia non abbiamo ancora seconde o terze generazioni. Qui il fenomeno è indietro di 5-10 anni rispetto ad altri Paesi». Il governo è sulla strada giusta? La Lega attacca. «Quel genio di Gentiloni si è accorto che il terrorismo e l’estremismo islamico fanno proseliti fra i detenuti stranieri nelle carceri italiane. Bisogna mandare i condannati immigrati a scontare la pena nei loro Paesi» dice Salvini.
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