Giada, la stilista volontaria nella Casa di Madre Teresa

A 26 anni lascia il lavoro e sceglie Calcutta : «Qui ho bisogno solo di un tetto»
PESCARA. Vai e conquista il mondo! Quante volte genitori carichi di speranze hanno augurato ai propri figli di prendere il largo con il vento in poppa verso una vita piena di successi. Quel vento ha spinto Giada Baiocco, pescarese di 26 anni, a mollare gli ormeggi di un “posto fisso” per avventurarsi in mare aperto, scoprendo che la conquista del mondo per lei passa attraverso i vicoli disordinati di Calcutta, dove è approdata tre mesi fa.
Lavorava a Roma, dove si era trasferita dopo il diploma per specializzarsi all’Istituto Europeo di Design, e dove aveva trovato il lavoro perfetto che le cadeva a pennello, come un abito cucito su misura: un impiego nel campo della moda. Giada disegnava borse per una noto marchio italiano di abbigliamento e accessori. Un lavoro che l’ha portata a costruire relazioni con partner asiatici, e a viaggiare. E’ stata 7 volte in Cina e 3 in India. Ed è così che ogni volta che tornava dall’India sentiva minare le proprie acerbe certezze.
Giada poteva aspirare a un’affermata carriera nel mondo del fashion. Ma da tre mesi vive a Calcutta, il principale centro commerciale, culturale e formativo dell'India orientale, dove fango e miseria si mischiano alle tinte forti dei tessuti: «Sono tornata in Italia, mi sono licenziata e sono arrivata qui il 15 marzo scorso», racconta. Per mantenersi continua a disegnare borse, ma solo per tre giorni a settimana e per garantirsi lo stretto necessario. Ha smesso di rincorrere il superfluo: «Non mi serve l’ultimo smartphone alla moda. Quello che ho mi basta per parlare con la mia famiglia», osserva. «Qui ho bisogno solo di un tetto sulla testa. Un lusso per molti». Disegnare borse le consente di dedicare tutto il tempo rimanente a ciò che ormai ritiene la sua vera occupazione: è volontaria per la Casa di Madre Teresa di Calcutta, centro di assistenza che accoglie poveri, malati, donne abusate, persone con disturbi psichici. Ci tiene a sottolineare che la sua «non è una missione religiosa», piuttosto «una chiamata». In uno dei suoi ultimi viaggi di lavoro in India aveva avuto la possibilità di visitare la tomba della Santa di Calcutta e il centro di accoglienza che ne ospita le spoglie. E si è sentita a casa. Il centro è nel cuore di Calcutta, metropoli da 5 milioni di abitanti dove fai fatica a distinguere dove finisce il centro di accoglienza e inizia la città. Giada racconta la miseria di bambini che si lavano i denti con acqua piovana, di donne che fanno il bucato nelle pozzanghere, uomini che dormono su giacigli che al mattino diventano le loro bancarelle. Un popolo flagellato dai monsoni. «Sai che vuol dire dormire per strada quando l’acqua ti arriva al ginocchio?», chiede. «Guardo loro e i loro sorrisi, e i loro colori, la loro serenità. La miseria ti entra dentro ogni giorno, e ti cambia inesorabilmente». Non è facile da questa parte del mondo capire cosa la spinga a svegliarsi alle 6, attraversare la città sommersa dalla pioggia e dalla povertà senza inorridire. «E’ il desiderio», spiega, «di raggiungere la Casa di accoglienza di Madre Teresa», dove sa che laverà gli abiti delle oltre 140 ospiti, alle quali poi servirà il pranzo, se necessario le aiuterà a camminare. E perché no, anche a tingere di smalto le unghie. Non parla la lingua del posto. Nella Casa si parla una lingua fatta di piccoli gesti, che non si presta a equivoci. La sola moneta di scambio è il “grazie”.
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