Giallo Pica, le 13 telefonate della suocera all’ex marito

Vincenzo Berghella: mia madre mi chiamava spesso e non sempre rispondevo Quella sera ci parlai prima e dopo l’arrivo di Silvana a casa sua, ma lei negò l’ora
PESCARA. «Mica solo tredici, mia madre mi chiamava al telefono anche 20 volte al giorno, e non sempre gli potevo rispondere». Vincenzo Berghella interviene a malincuore sulla vicenda della ex moglie Silvana Pica scomparsa la sera del 17 gennaio 2012. Il medico pescarese ed ex consigliere comunale e provinciale per Forza Italia che si separò da Silvana nel 1999 dopo un figlio e nove anni di matrimonio scanditi dal progredire della malattia bipolare di Silvana, accetta di parlare solo perché tirato in ballo dal libro di cui ha parlato ieri il Centro («La vita sospesa di Silvana tra ricerca e indagine»). Una ricostruzione in cui l’autrice Ilaria D’Agostino, sotto l’evidente guida del cognato di Silvana Marcello Berghella che con il nipote ne denunciò la scomparsa seguendone le indagini passo passo scrive a pagina 56: «Dai tabulati telefonici del cellulare e del telefono fisso di Giovanna risulta che nel pomeriggio, l’anziana donna chiama il figlio Vincenzo dalle 19,10 alle 20,27 per ben tredici volte. Giovanna chiama il figlio Vincenzo la prima volta alle 19,10 quindi si può presumere come veritiera la testimonianza che Silvana sia stata vista dalla ex suocera verso le 18,30-19».
Ma è proprio questo che ancora una volta contesta Vincenzo Berghella: «Mia madre durante la giornata mi chiamava di continuo, dalla mattina alle 8. Quel giorno sicuramente mi avrà chiamato più di dieci volte, come sempre e non a tutte rispondevo. Quella sera mi ricordo che mi chiamò verso le 20,20, all’ora di cena. Rispose mia moglie, mia madre le disse che voleva parlare con me, ma il tempo di prendere il telefono e mi disse che mi doveva lasciare perché avevano suonato al citofono e che mi avrebbe richiamato dopo. E infatti mi richiamò dieci minuti dopo, intorno alle 20,30, dicendomi che al citofono era Silvana, tutta sconvolta e con i lividi, e che se n’era andata. Ma questo particolare dell’orario mia madre poi lo negò a lungo, dichiarando dall’inizio che Silvana era andata nel primo pomeriggio per poi arrivare a sostenere le 18,30. Non so perché abbia insistito con quest’orario negando anche quello che dicevo io. Fortunatamente c’è stata la testimone che ha dichiarato di aver visto Silvana senza ombra di dubbio quella sera alle 20,30 mentre attraversava via De Amicis davanti alle Poste, in direzione monti». Un particolare che la testimone ribadì anche ai carabinieri, ma che comunque avrebbe potuto trovare conferma certa e sicura dai filmati registrati dalle telecamere dei sistemi di videosorveglianza della zona che a quell’ora di quel 17 gennaio ripresero sicuramente qualche fotogramma del tragitto di Silvana con il suo trolley nero. Però, dal giorno della scomparsa a quello della denuncia presentata dal figlio Lorenzo Berghella accompagnato alla stazione dei carabinieri dal cognato di Silvana, Marcello, passano dieci giorni. Dieci giorni che il libro su Silvana ricostruisce minuziosamente e che di fatto sono sufficienti a inquinare non poco le eventuali prove che avrebbero potuto acquisire i carabinieri se allertati nell’immediato. A cominciare dalle immagini del sistemi di videosorveglianza che dopo dieci giorni si cancellano automaticamente, per continuare con quello che eventualmente si è avuto il tempo di fare o disfare all’interno della stanza dell’appartamento di viale Marconi che Silvana condivideva con delle romene.
Invece i 10 giorni passano e ne sarebbero passati forse anche di più se la dottoressa del Centro di igiene mentale dove lei stava in cura e dove si sarebbe dovuta presentare la mattina del 18 gennaio non avesse dato l’allarme. Per questo, come è scritto anche nel libro presentato a ottobre del 2013, la dottoressa decise di chiamare la suocera Giovanna che però non si allarmò più di tanto «perché il comportamento della nuora le sembrava normale, tant’è che non mette neanche al corrente la dottoressa dello strano gonfiore che Silvana aveva al labbro inferiore. E invece non c’era niente di normale in quell’allontanamento di Silvana che da allora non è più tornata. C’è però una borsa, la sua, trovata in mare, nella zona di Termoli, due mesi dopo. Quanto basta per far ipotizzare chi di dovere che Silvana, con problemi mentali, si sia suicidata. Il caso, per il pm D’Agostino che l’archivia a ottobre 2013, per ora si chiude così.
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