Giammarino morto per asfissia dopo aver ricevuto 23 coltellate

13 Dicembre 2016

Penne, l’80enne ex maresciallo era vivo quando il suo assassino ha appiccato il fuoco a un materasso Testi in Corte d’Assise nel processo per omicidio al 38enne Giancaterino. Nuova udienza il 23 gennaio

CHIETI. Gabriele Giammarino era ancora vivo quando venne appiccato l'incendio: tant'è che a provocare la morte dell’80enne, ex maresciallo dell'Aeronautica – ucciso in casa con pugni e 26 coltellate il 13 settembre del 2015, a Penne – è stata una crisi fatale per asfissia per avere inalato fuliggine a temperatura elevatissima. Ad accertarlo è stata l’autoposia eseguita dal medico legale Cristian D'Ovidio. Circostanza ribadita ieri, dinanzi alla Corte d'Assise di Chieti, nel processo che vede come imputato Mirko Giancaterino, il 38enne di Penne assistito dall'avvocato Melania Navelli, per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Giancaterino, secondo la tesi dell’accusa, avrebbe infatti dato fuoco al materasso che copriva il corpo del pensionato dopo averlo aggredito nella sua abitazione.

Tre le parti civili costituite, rappresentate dall'avvocato Federico Squartecchia, erano presenti: la sorella della vittima, Pasqualina Giammarino, e i figli di quest'ultima, Giancarlo e Daniela Di Teodoro. La Corte - presidente Geremia Spiniello, a latere Isabella Allieri - ha ascoltato alcuni testimoni fra i quali il maggiore dei carabinieri Massimiliano Di Pietro, i vigili del fuoco che per primi intervennero nella casa della vittima per quello che si pensava in origine essere un banale incendio, oltre al medico legale D'Ovidio e la convivente di Giancaterino, l'austriaca Petra Rosner. Il maggiore Di Pietro, che ha coordinato l’attività investigativa sul delitto dell’ex maresciallo, ha ricostruito tutti i passaggi salienti dell’indagine, dalle analisi dei carabinieri del Ris alle immagini della videosorveglianza che hanno cristallizzato la presenza dell’imputato nei pressi dell’abitazione della vittima. Con Di Pietro, sono stati ascoltati anche il maresciallo Scurti, Loppo, del nucleo radiomobile dei carabinbieri e la Triotti, del Pronto soccorso di Penne.

Secondo la ricostruzione dei fatti ribadita davanti ai giudici dell’Assise, Giammarino venne colpito al volto e al cranio con un'arma da punta e taglio 23 volte, ma aveva anche due ferite da difesa passiva al polso sinistro e una da difesa attiva alla mano destra perché avrebbe cercato di afferrare la lama che teneva in mano l'assassino.

Pur colpito brutalmente, quando è divampato l’incendio l’ex maresciallo era ancora vivo. Un altro importante tassello probatorio è dato dalle immagini registrate da una telecamera di sorveglianza di una tabaccheria che immortalano una persona, identificata dai carabinieri in Giancaterino: l'uomo che viene ripreso una prima volta alle 6.45, quando si ferma al distributore di sigarette; poi alle 7.21, mentre si allontana di corsa proveniente dalla direzione in cui si trova la casa di Giammarino. La stessa persona che una badante rumena, che abitava al piano di sotto, dice ai carabinieri di aver visto allontanarsi della casa di Giammarino quel mattino, subito dopo aver sentito un gran trambusto. La Rosner, nel corso di una seconda perquisizione effettuata nella loro abitazione, indicò ai carabinieri le scarpe, nascoste dietro un cespuglio, sulle quali è stata trovata una macchia di sangue della vittima, e consegnò loro anche gli abiti del compagno, fra i quali pantaloni di una tuta macchiati di sangue sempre della vittima, sequestrati assieme a un coltello. Mentre in una prima perquisizione erano stati sequestrati un pugnale ed altri indumenti fra i quali un berretto, una maglia e un paio di pantaloni.

Il processo è stato aggiornato al 23 gennaio del 2017 per ascoltare altri testimoni fra in quali le parti civili e la badante. (cr.pe.)

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