Giuliani: la gara è uno spot, così si conquistano i turisti

17 Maggio 2022

Il pescarese gregario di Moser: «Una pubblicità incredibile per il territorio» Promossi gli organizzatori della tappa: «Fare polemiche inutili è troppo facile»

PESCARA. «Il ciclismo porta sempre benefici che, poi, restano nelle città; con le tappe del Giro d’Italia si aggiustano le strade rotte, si riempiono gli alberghi, i ristoranti e i bar, le immagini dei luoghi più belli fanno il giro del mondo. Insomma, il ciclismo fa bene a tutti». Parola di Stefano Giuliani, storico gregario di Francesco Moser negli anni ’80 quando non esistivano le bici superleggere, le ruote in carbonio e l’abbigliamento aerodinamico. Ora, il pescarese Giuliani è direttore sportivo del team italo-romeno Giotti Victoria Palomar: «La nostra squadra è impegnata in Ungheria per una corsa importante ma io sono rimasto qui, lo spettacolo del Giro per tre giorni in Abruzzo è incredibile», assicura Giuliani, «domenica scorsa sul Blockhaus c’è stato un grande evento sportivo; ieri ho visitato gli amici nel villaggio in centro; e la partenza di oggi da piazza Salotto è un’apoteosi: è una grande pubblicità per la nostra regione e ci sarà sicuramente un ritorno d’immagine. Io ci credo nel turismo di ritorno innescato dal ciclismo». Giuliani, una vita nel ciclismo da una parte all’altra del mondo, promuove l’organizzazione della tappa pescarese: «Complimenti a tutti perché assicurarsi tre giorni di visione mondiale non è mai scontato. E poi organizzare un appuntamento del genere è una cosa difficile mentre criticare senza fare niente è una cosa facile». Lo sport delle polemiche non appassiona Giuliani: «Tutti promossi», dice, «adesso però mi piacerebbe che anche il Trofeo Matteotti diventasse una gara di riferimento mondiale». Già il Matteotti, classica pescarese di fine stagione, croce e delizia di Giuliani: «Ogni volta che correvo in Abruzzo mi trasformavo perché sentivo l’emozione di gareggiare nella mia terra e la responsabilità verso il pubblico: volevo fare risultato e non volevo deludere il pubblico. Fare felici i miei tifosi mi ha sempre dato tanta forza. Il Matteotti, poi, ha un fascino incredibile ma vincere una tappa al Giro d’Italia non ha prezzo». Ma lui, Giuliani, non correva per se stesso: si dannava sui pedali e si inerpicava sulle vette più dure per condurre gli altri alla vittoria quasi afferrandoli per la mano: «Erano altri tempi», racconta, «si correva anche per fame e necessità. Comunque, fare il gregario significava avere meno responsabilità e questo io non l’ho mai sottovalutato. Di certo, ho ancora l’emozione di avere dato tutto per il mio capitano: una volta tirai per tutto il Gran Paradiso per proteggere Moser dagli attacchi avversari e, all’arrivo, mi fecero salire addirittura sul palco perché ero stato troppo bravo: fu una soddisfazione immensa. Fare quelle cose per 21 giorni di fila, però, non era per me».
Sul Blockhaus però un pubblico di nicchia, scoraggiato dalle chiusure delle strade da Pretoro: «Se vuoi lo spettacolo dell’altimetria e delle strade strette, è ovvio che sacrifichi il pubblico ma il risultato in televisione è unico e, quindi, il risultato per l’Abruzzo ci sarà». Per l’Abruzzo poteva andare meglio: poteva essere la gara di Giulio Ciccone ma non è andata secondo i piani: «Ora Giulio deve guardare il lato positivo», consiglia Giuliani, «tutto ciò che ha fatto per arrivare fino a qui non deve buttarlo via, può riscattarsi. Il primo deluso è lui ma il pubblico, anche oggi a Pescara, deve stargli vicino: Giulio deve pensare che da oggi parte un’altra gara con un’altra testa e un altro obiettivo. E poi mai dire mai: le giornate negative possono capitare a tutti».