Giustizia, Legnini e Canzio al liceo Classico

Lezione in aula magna del vicepresidente del Csm e del primo presidente della Corte d Cassazione
PESCARA. «Giustizia e democrazia sono le parole gemelle del nostro tempo. Occorre agire per trovare una nuova coniugazione di fronte alle grandi trasformazioni». Una grande sfida quella delineata dal vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, in occasione del convegno “La sete di giustizia e la voglia di democrazia”, a Pescara, al quale hanno preso parte il primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, il sottosegretario alla Giustizia, Federica Chiavaroli, il rettore dell’Università di Teramo Luciano D’Amico, e il sindaco Marco Alessandrini, figlio del giudice Emilio, ucciso a Milano nel '79 da un commando di Prima Linea. Proprio riferendosi al giudice Alessandrini, Canzio ha parlato di «un modello di magistrato valido anche per i giudici di oggi perché era un magistrato professionalmente bravo, sobrio, silenzioso, umile, servitore dello Stato, consapevole dei rischi che correva facendo quelle indagini, ed era anche un magistrato efficiente da un punto di vista organizzativo. Tutto quello che oggi dovrebbe essere la caratura del magistrato modello in questa età cosiddetta post moderna. Tra l'altro» ha aggiunto Canzio, «Alessandrini aveva anche un'altra caratteristica, come quella di Guido Galli, rispettava le persone, tutte le persone, indagate, imputate, condannate, vittime, colleghi, e rispettava le altre Istituzioni dello Stato. Ricordare Emilio Alessandrini penso sia un dovere della memoria per gli italiani, non per noi magistrati, perché la Nazione e la democrazia si fonda anche su queste memorie». La necessità della memoria come metodo per declinare nella modernità i nostri valori e trasmetterli alle generazioni successive («il valore della dignità delle persone, del diritto al lavoro, alla ricerca, alla scienza, alla parità delle opportunità, ma anche il dovere alla solidarietà»), è stato il filo conduttore dell’intervento del presidente Canzio, iniziato, e non poteva essere altrimenti davanti a una platea di liceali, ricordando il Tucidide della Guerra nel Peloponneso e il suo concetto di storia come ricerca della verità e come discliplima per guardare con attenzione critica al futuro. A margine del convegno Canzio ha risposto anche a una domanda sul caso di Sara, la ragazza uccisa dal fidanzato a Roma, e sulla necessità di pene esemplari. «Io non credo nelle pene esemplari», ha risposto il presidente, «perché la pena esemplare fa sempre immaginare che qualcuno debba pagare più degli altri per insegnare agli altri come bisogna comportarsi. Io credo nelle pene giuste». Pene giuste, dunque, «anche rigorose, anche dure, ma» ha aggiunto Canzio «esattamente corrispondenti, dal punto di vista oggettivo e dal punto di vista soggettivo, al comportamento dell'imputato. Che abbia questo imputato il suo processo giusto, che sia riconosciuto innocente o colpevole in base ai fatti, e che riceva la pena giusta, anche la più dura, ma che sia quella giusta non quella esemplare».

