Golpe in Venezuela, Caracciolo: «Il vero obiettivo è il petrolio, un avviso per la Russia e la Cina»

L’intervista all’esperto di geopolitica: «Trump vuole controllare il Paese, non sarà facile. L’intervento afferma il ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale, ma la sua azione potrebbe legittimare altri Paesi ad agire nello stesso modo»
«È stato tolto un tappo, questo è certo, ma non ne è stato messo un altro: a Caracas non è ancora stato individuato un successore». L’attacco è dirompente, ma la partita in Venezuela – e nel mondo – è ancora tutta da giocare, secondo Lucio Caracciolo. Per il giornalista esperto di geopolitica e direttore della rivista specializzata Limes, le ultime 48 ore sono state parecchio concitate. L’attacco a Caracas nel cuore della notte italiana, la cattura di Nicolas Maduro e della moglie, il discorso trionfale di Donald Trump dalla sua residenza di Mar-a-Lago che «segna la volontà di affermare nuovamente gli Usa come potenza mondiale»: tanti pezzi dello scacchiere spostati tutti insieme, un solo arbitro per valutare effetti e controeffetti sul breve e lungo termine di ogni singola mossa. In questo marasma, Caracciolo predica cautela nel fare previsioni, ma sul significato dell’attacco non ha dubbi: «Siamo di fronte alla nuova Dottrina Monroe, una versione estrema del principio delle sfere di influenza».
Caracciolo, perché è una versione estrema?
«Perché agli Stati Uniti non basta più influenzare i Paesi che considera inaffidabili, minacciosi, criminali, narcotrafficanti e quant’altro: vogliono direttamente governarli».
È quello che ha detto Trump nel corso della conferenza.
«Facendo, tra l’altro, esplicito riferimento alla Dottrina Monroe. “We will run”, cioè “noi governeremo il Venezuela” ha detto, ponendo come termine il momento in cui sarà possibile una transizione sicura».
Non è la prima volta che gli Usa si lanciano in operazioni militari per tentare di sovvertire regimi stranieri, basta pensare all’Iraq. Siamo di fronte a un periodo simile?
«Non proprio. Allora, quantomeno, gli Usa erano appoggiati da una coalizione internazionale di cui faceva parte anche l’Italia. Nelle intenzioni di Trump, invece, l’obiettivo è prendere il potere civile e militare in Venezuela senza nemmeno un contorno di alleati. Che poi ci riesca effettivamente è tutto da vedere, ma avere sotto controllo il Paese, da solo, è l’obiettivo della sua campagna».
In questo contesto, quanto pesa il fatto che in Venezuela ci sia il 20% delle riserve mondiali di petrolio?
«Deve essere inserito proprio nella prospettiva di prendere il possesso del Paese».
Gli Usa attaccano il Venezuela per il petrolio?
«Trump lo ha detto in conferenza stampa: le compagnie petrolifere statunitensi avranno un grande ruolo nella gestione delle riserve petrolifere del Venezuela».
Che ruolo si immagina?
«Immagino che saranno proprietarie di fatto o di diritto del petrolio venezuelano – tra l’altro di qualità particolarmente pregiata – ma in ballo ci sono anche altre risorse minerarie di cui il Paese è ricco, come il litio. Soprattutto, l’intera vicenda va vista anche dall’altra faccia della medaglia».
E qual è?
«Prendendo possesso del Paese, si impedisce che quelle risorse finiscono in mani russe o cinesi».
Quindi l’attacco Usa è anche un segnale a Russia e Cina?
«Per quello che riguarda la dottrina Monroe, sì. È un modo per dire: attenti, questa è la nostra sfera di influenza. Penso, però, che questo messaggio possa estendersi anche altrove. Trump nelle scorse settimane ha parlato anche di Iran, Cuba, Corea del Nord: tutti Paesi che potenzialmente possono finire nel mirino americano».
Sta dicendo che quello venezuelano potrebbe essere solo il primo fronte aperto da Trump.
«Almeno in termini teorici. Per ora siamo fermi alle dichiarazioni, vedremo poi cosa accadrà. Oggi sappiamo che Maduro e sua moglie sono stati catturati e portati negli Usa, ma non sappiamo chi sarà il suo successore. E non mi pare che abbiano individuato un governatore americano».
La principale candidata dovrebbe essere Maria Corina Machado, principale antagonista politica di Maduro.
«Vero. L’anno scorso ha anche vinto il Nobel per la pace, ma...».
La interrompo: quel Nobel può essere interpretato come un segnale di quanto sarebbe accaduto di lì a qualche mese?
«Non so se fosse stato concepito come tale, ma visto oggi lo è di fatto».
Cosa non la convince della Machado alla guida del Venezuela?
«Semplicemente, Trump ha appena detto che prima di mettere lei al potere servirà del tempo. Dovranno essere trovate le “condizioni giuste” per la transizione».
E quali sono queste condizioni?
«Che non sia liquidato semplicemente Maduro, ma tutto il suo regime. L’invito ai suoi seguaci, infatti, è di girare le spalle al leader e di accettare la nuova realtà. Alla fine, Trump sta utilizzando la stessa tattica adottata a Gaza, con la differenza che questa volta sarebbero gli Stati Uniti, da soli, ad amministrare direttamente il territorio».
Che Venezuela lascia oggi Maduro?
«Un Paese verticalmente diviso».
E cioè?
«Un Paese in cui è difficile immaginare di ricomporre tutta quella serie di fratture sociali, culturali, sociali ed etniche che sono maturate negli ultimi decenni e nel quale lui rappresentava una figura nettamente più debole rispetto al predecessore Chavez, ben più carismatico».
Machado potrebbe essere la persona giusta per riunire il Paese?
«È quello che teoricamente si vorrebbe fare, ma bisogna considerare che Machado ha posizioni politiche di estrema destra, non proprio ideali per arrivare a una sintesi tra le varie tendenze del Venezuela».
Maduro e sua moglie saranno processati negli Usa per spaccio di droga: siamo di fronte a un narcotrafficante?
«È chiaro che il narcotraffico nelle ultime settimane è stato uno strumento di legittimazione, ma piuttosto debole, a dire il vero. Tutti sappiamo che gran parte del traffico di droga, in particolare cocaina, passa attraverso la Colombia e il Messico e che comunque le merci vanno dove c’è mercato».
Lei dice che la giustificazione del narcotraffico non regge. Meloni, però, ha riconosciuto la legittimità di quest’intervento perché finalizzato a contrastare la guerra ibrida combattuta con la droga.
«Direi che è una manifestazione di lealtà della nostra premier nei confronti del presidente americano».
Questa prova di fedeltà può trascinare l’Italia verso possibili escalation militari?
«La Meloni ha preso la scelta – evidentemente difficile – di stare con Trump. Non so però quanto potrà durare, anche perché la risoluzione della crisi venezuelana mi pare lontana. Lo stesso Tycoon non ha escluso un’altra operazione militare».
Quali potrebbero essere i tempi di risoluzione?
«Difficile dirlo, la situazione è estremamente caotica. Ci sono un sacco di domande in sospeso. Trump deve dimostrare di governare di fatto, ma come? Le forze aeronavali e terrestri restano lì o non restano? Vanno a Caracas o no?».
E il Sud America? Il continente rischia di entrare in una nuova fase di instabilità?
«L’attacco al Venezuela è sicuramente un avviso a tutti i governi di sinistra, o comunque non allineati a Trump».
A quali Paesi pensa?
«Cuba, ovviamente, ma anche la Colombia, il Messico e il Brasile. Diciamo che non mancano potenziali obiettivi all’interno dell’area della dottrina Monroe».
A parte Cuba, il resto dei Paesi hanno governi democraticamente eletti.
«Non credo che Trump abbia interesse a vedere se un governo è stato eletto democraticamente o meno. Credo che conti se Trump decide che quel governo sia di narcotrafficanti o meno. Anche perché, sotto la lente del narcotraffico, mi pare innegabile che Paesi come Messico e Colombia possano essere considerati bersagli».
Siamo entrati nella Trump-era, una nuova fase della politica internazionale?
«Gli Usa hanno lanciato un segnale al mondo, dimostrando di essere una grande potenza, ma la sua azione in qualche modo può legittimare Paesi ad agire in ragione delle stesse logiche. Penso, per esempio, alla Cina con Taiwan».

