Deportazioni come cambio di un’epoca: la foto di Maduro è un monito per noi

Attacco americano in Venezuela, l’editoriale del direttore: «Quella foto è un messaggio con cui Donald Trump sta dicendo al mondo: da oggi questo potrebbe capitare a chiunque oserà resistere alle mie richieste o ostacolarmi»
Benda e schiavettoni. Nessuno di noi potrà dimenticare facilmente questa terrificante e spettrale immagine, la pietra miliare che segna un cambio di epoca: la foto di Nicolas Maduro, tradotto in catene in America con le manette ai polsi, la maschera nera stretta sugli occhi, le cuffie calate sulle orecchie per isolare l’ex presidente anche dai suoni. Un capo di Stato deportato in America in stato di deprivazione, come i deportati a Guantanamo: manca solo la divisa arancione.
Qui voglio essere molto netto. Non si tratta di avere più o meno simpatia per Maduro (pochissima se si pensa a come ha trattato la sua opposizione). Non si tratta di provare più o meno sdegno per un’operazione di pirateria internazionale che si è compiuta venerdì notte sul suolo del Venezuela in spregio a qualsiasi regola. Non si tratta di “loro”, si tratta di noi. Quella foto è un messaggio, un monito per noi, per tutti quelli che si ostinano a credere nel diritto internazionale nato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quella foto è un messaggio con cui Donald Trump sta dicendo al mondo: da oggi questo potrebbe capitare a chiunque oserà resistere alle mie richieste o ostacolarmi. Dico “Trump”, e non “Stati Uniti”, perché questa è la parabola di un uomo, non di uno Stato: perché nel suo stesso Paese si sono levate alcune delle voci più dure contro il golpe di Caracas. I più importanti editorialisti (ad esempio sul New York Times) condannano la scelta del presidente dal punto di vista della rottura di ogni percorso istituzionale nella catena del potere americano.
L’intervento in Venezuela è una guerra che non può essere dichiarata in pura solitudine e che, per questo, Trump – con un trucco onomastico – definisce «un’operazione anti-narcotraffico».
Il problema non è solo l’occupazione del primo Paese al mondo per risorse petrolifere identificate, quello che detiene da solo il 20% delle esportazioni del greggio.
Il problema è che l’intervento del presidente, nel pomeriggio di ieri, si è – se possibile – spinto oltre ogni spiegazione ed è diventato il manifesto programmatico di una nuova dottrina Trump: non un golpe “alla Pinochet”, se così si può dire, ma un’amministrazione controllata dalla Casa Bianca di stampo platealmente neocoloniale: «Gestiremo noi il Paese». Non un’operazione di tutela formale delle istituzioni venezuelane (Trump non ha mai pronunciato, ieri, la parola “democrazia”), ma semmai un esproprio dichiarato del petrolio: «Lo estrarremo noi, lo gestiremo meglio».
Non un’azione circoscritta e limitata, ma un monito al mondo in cui si minaccia non solo Cuba, ma persino il presidente della Colombia con un linguaggio da saloon del Far West: «Fossi in lui mi guarderei il culo».
Non si parla neanche di una transizione mascherata dalla figura di un premio Nobel, con la fiancheggiatrice Maria Caterina Machado, ma piuttosto di una bocciatura solenne di qualsiasi soluzione nazionale: «Lei non ha il consenso per guidare il Paese».
Comanda Trump, gestisce Trump, decide Trump e nessun altro, dunque: la sovranità del Venezuela è formalmente sospesa e, da domani, chiunque altro potrebbe fare la stessa fine. Da domani, dunque, non solo Cuba, la Colombia o la Groenlandia sono meno sicuri, ma tutto il mondo, ormai governato dal nuovo codice della guerra predatoria. Tutti noi, da oggi, siamo sotto l’ideale minaccia non solo di Trump, del suo fedele alleato Netanyahu, ma delle ambizioni di conquista di qualsiasi Paese al mondo che oggi nutra mire di espansione belligerante. Per questo, anche se fino a ieri odiavamo Maduro o lo consideravamo un usurpatore, oggi siamo anche noi idealmente ai piedi di quell’elicottero. Bendati, con le cuffie, come chiunque si ostina ad opporsi, in questo mondo, alla resistibile ascesa dei signori della guerra e dell’odio.

