Gran Sasso, 10 indagati e un sequestro

La Procura accusa i vertici di Infn, Strada dei Parchi e Ruzzo: costante pericolo di inquinamento. Sigilli all’impianto
TERAMO. Ci sono i nomi eccellenti dei dieci indagati, tra gli altri quelli dell’amministratore di Strada dei Parchi Cesare Ramadori, del presidente dell’Istituto di fisica nucleare Fernando Ferroni e di Ruzzo Reti Antonio Forlini, a scandire il primo epilogo della complessa e sfaccettata inchiesta giudiziaria aperta dalla Procura teramana sulla sicurezza del sistema acqua Gran Sasso in seguito a quei drammatici giorni dell’emergenza potabilità del maggio 2017. Sedici mesi dopo quella data le indagini su un pericolo di inquinamento delle acquee sotterranee del Gran Sasso si definiscono in dieci avvisi di garanzia e in un provvedimento di sequestro delle opere di captazione delle acque destinate all'immissione in acquedotto (di quelle che poi finiscono a scarico) situate all’interno dei laboratori ma gestite dalla Ruzzo Reti. In un contesto, quello ipotizzato dalla Procura, in cui emergono presunte interferenze tra i laboratori, le gallerie autostradali e il sistema di condutture delle acque con criticità mai sanate. Con, sostengono i magistrati, un pericolo permanente per la salubrità delle acque a causa di un inadeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento di quelle destinate ad un uso potabile. Con un dato di partenza : capire quali siano stati gli interventi di messa in sicurezza disposti dopo lo sversamento di quindici anni fa (il caso Borexino) dall’allora commissario straordinario Angelo Balducci.
ECCO LE ACCUSE. Le ipotesi di reato contestate dal pool di magistrati guidati dal procuratore Antonio Guerriero (i pm Greta Aloisi, Stefano Giovagnoni e Davide Rosati) vanno dall’inquinamento ambientale al getto pericoloso di cose. A fare da filo conduttore all’attività di inquirenti e carabinieri del Noe di Pescara (guidati dal maggiore Antonio Spoletini) la corposa consulenza dei tecnici nominati dalla Procura, tre super esperti di sistemi idrici e ambientali e che in passato si sono occupati ai disastri della Terra dei fuochi e della frana di Sarno. Secondo i pm tutti gli indagati «abusivamente cagionavano o comunque non impedivano ed, in ogni caso, contribuivano a cagionare o a non impedire un permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramente significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran sasso».
NAFTA E TRIMETILBENZENE. In particolare la Procura contesta ai vertici dell'Infn di aver mantenuto in esercizio i laboratori senza aver verificato se vi fosse «un adeguato isolamento idraulico delle opere di captazione e convogliamento delle acque destinate ad uso idropotabile ricadenti nella struttura rispetto alle limitrofe potenziali fonti di contaminazione» e quindi senza attuare le misure «atte a scongiurare il rischio di contaminazione delle acque sotterranee», così come di aver omesso di adottare «le misure necessarie per l'allontanamento della zona di rispetto delle sostanze pericolose detenute ed utilizzate nelle attività dei laboratori». E nero su bianco i magistrati fanno riferimento a : «1040 tonnellate di nafta pesante (in gran parte, 743 tonnellate, classificata come tossica per gli organismi acquatici) e 1292 tonnellate di Pseudocumene-Trimeltibenzene, sostanze rispettivamente asservite agli esperimenti Lvd (ubicato in sala A) e Borexino (ubicato in sala C) omettendo di garantirne idonea messa in sicurezza».
STRADA DEI PARCHI E RUZZO. Ai vertici della Strada dei Parchi, la società che gestisce l’A24 e l’A25, la Procura contesta «di aver mantenute in esercizio le gallerie autostradali senza verificare l’esistenza di un adeguato isolamento delle superfici dei tunnel autostradali e delle condutture di scarico a servizio delle gallerie rispetto alla circostante falda acquifera e, di conseguenza, senza attuare le misure atte a scongiurare il rischio di contaminazione della falda acquifera». Sempre secondo la Procura, la società avrebbe omesso di attuare misure come il completamento delle opere di impermeabilizzazione delle platee autostradali, necessarie a scongiurare il rischio di contaminazione della falda acquifera e quindi delle acque sotterranee. Al Ruzzo la Procura contesta di non aver verificato se «vi fosse un adeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento delle acque sotterranee destinate ad uso idropotabile» ricadenti nelle strutture dei laboratori e nei tunnel autostradali, «rispetto alle potenziali fonti di contaminazione» e quindi di non aver attuato le relative misure «per scongiurare il rischio di immissione in rete di acque contaminate». L’accusa è anche quella di non aver assicurato «il mantenimento di adeguate condizioni igieniche e di efficienza delle strutture acquedottistiche» e di non aver vigilato «sulla funzionalità dei sistemi di rilevazione precoce di eventuali contaminazioni».
IL SEQUESTRO. Il sequestro delle opere di captazione chiesto dalla Procura è stato firmato dal gip Roberto Veneziano che nel provvedimento scrive: «Appare necessario, fintantoché non sarà completata l'impermeabilizzazione delle superfici dei laboratori e messe in sicurezza le relative condutture di scarico, limitare quanto più possibile l'utilizzo, e comunque la detenzione nei locali sotterranei dei laboratori di sostanze contaminanti nonché garantire un monitoraggio continuo delle acque a scarico».
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