Grazie infermieri in prima linea: «I nostri giorni di paure e gioie»

31 Maggio 2020

Stefano, Nelly, Giuseppe e Claudia raccontano la loro lotta contro il Covid nell’ospedale di Pescara  «Abbiamo anche preparato la torta a una mamma in Rianimazione, era il compleanno della figlia»

PESCARA. Sotto i camici e le mascherine degli infermieri ci sono esseri umani preoccupati per i loro pazienti, per i loro cari e, se resta loro del tempo, anche per se stessi. Quando Stefano Cherubini ripercorre la sua esperienza nel reparto Covid, la sua voce è spezzata dalla commozione. «Ricordo una mamma da poco uscita dalla Rianimazione. Disse che tra qualche giorno sarebbe stato il compleanno della figlia. Io e i miei colleghi, allora, le preparammo una torta. Quando la signora fece la videochiamata con la figlia e le fece gli auguri mostrandole la torta, non ho trattenuto le lacrime. È stata la prima volta che ho pianto per la mia professione. Ma non siamo eroi. Siamo solo infermieri».
No, sono molto di più. Sono gli angeli del reparto Covid dell’ospedale di Pescara: uomini e donne che hanno lavorato in prima linea, giorno e notte, contro un nemico invisibile, facendosi forza l’uno con l’altro con un grande spirito di squadra. Ora quei reparti in cui hanno lavorato per mesi sono stati svuotati. I pazienti (34, di cui tre in terapia intensiva) sono stati trasferiti nel nuovo ospedale Covid (ex Ivap). Quei mesi di inferno, però, nessuno li potrà mai dimenticare perché hanno cambiato la vita di medici, infermieri e anche di operatori socio sanitari, come Roberto Luciani e Jessica Orsini, che non si sono mai risparmiati.
LE STORIE. «Il 20 marzo sono stata chiamata dalla Asl di Pescara per prendere servizio nell’unità operativa di Malattie infettive sud», ricorda l’infermiera Nelly Pirozzolo, «precedentemente reparto di geriatria poi dedicato alla degenza dei pazienti sub-intensivi affetti da Covid. Questo reparto, ora chiuso, rappresentava la porta d’ingresso e di uscita dalla Rianimazione. Mi sono ritrovata a fronteggiare una situazione mai vista in precedenza. Eravamo coperti dalla testa ai piedi da dispositivi di protezione. Si faceva fatica perfino a respirare, si lavorava con la paura di interfacciarsi con un virus sconosciuto e altamente contagioso, di cui vedevamo ogni giorno gli effetti devastanti sui pazienti. Abbiamo lavorato, pianto e sperato insieme, uno accanto all’altro. Paradossalmente, mi sono sentita più protetta nel reparto Covid che a casa mia».
«È stata un’esperienza dai due volti», dice il giovane infermiere Giuseppe Rapagnetta. «L’aspetto negativo è stato il senso di impotenza perché ci siamo ritrovati un nemico invisibile. Turni massacranti e la complessità dell’assistenza mi hanno segnato parecchio. Ma ci sono anche aspetti positivi. Sono maturato molto, non solo a livello professionale, ma anche umanamente perché ogni paziente mi ha lasciato un’impronta indelebile. Conoscere la loro vita mi ha fatto riscoprire cose che prima non consideravo nemmeno». «All’inizio ho preso sottogamba il Covid», ammette l’infermiera Claudia Di Silvestro, «pensavo fosse solo una brutta influenza. Non potevo immaginare che potesse scoppiare una pandemia nel 2020. Ancora oggi mi sembra una cosa di fantascienza. Ricordo la prima notte col paziente Covid positivo, la corsa tra i reparti, l’ansia dei miei colleghi, il peso di tornare a casa ed essere fonte di contagio».
Gli sforzi degli infermieri sono stati enormi. Come quelli di Stefano Di Clemente, che si è allontanato dalla sua famiglia per non mettere a rischio i suoi cari. «La gravità della situazione mi era ben chiara dall’inizio», spiega l’infermiere del reparto di Malattie infettive. «Per questo ho deciso di auto-isolarmi e di allontanarmi dalla mia famiglia. Questo isolamento è durato due mesi: 60 giorni infernali, dominati da angoscia, paura di ammalarsi e dalla solitudine che cresceva ogni giorno. La cosa più brutta era vedere i pazienti impauriti e soli, senza nessun familiare vicino. L’unico conforto veniva dato loro tramite i nostri occhi, l’unica parte visibile del nostro corpo. Il Covid, però, ha portato anche del buono», dice Di Clemente. «Ci ha uniti e ci ha fatto apprezzare i veri valori della vita: la famiglia, gli amici, l’importanza dei colleghi. Siamo riusciti a vincere, per ora, perché abbiamo lavorato e sofferto insieme».
Giuseppina Borgia è infermiera in Rianimazione. «Non dimenticherò mai gli occhi dei pazienti che ti chiedono aiuto. Sono immagini che mi restano impresse. Come non dimenticherò mai il momento dell’intubazione, quando dovevo togliere il telefono a queste persone, l’unico oggetto che avevano per comunicare con la famiglia. La cosa bella che conservo di questa esperienza è l’unione tra colleghi e la consapevolezza del grande valore della vita».
IL GRAZIE DEI MEDICI. A loro tutti va il ringraziamento dei medici. «Due giorni fa abbiamo aperto l’ospedale Covid di Pescara», dice Giustino Parruti, primario di Malattie infettive. «Un’impresa che rasenta la follia, vista la complessità e la difficoltà in cui abbiamo dovuto immaginare non solo la logistica ma anche tutti i dettagli organizzativi. Esprimo la mia gratitudine per il contributo di un grande gruppo di infermieri disposti a rischiare con noi. Grazie, in particolare, alla caposala Maria Stillante e alla dottoressa Diana Di Marco che non si sono mai fermate».
Anche Antonella Frattari, responsabile della Rianimazione di Pescara, ringrazia gli infermieri. «Hanno fatto un lavoro eccezionale», dice. «Anche in questi giorni si sono messi subito in moto per traslocare tutto il materiale necessario al nuovo ospedale Covid. Grazie alla coordinatrice della Rianimazione, Irene Rosini, che ha lavorato senza sosta e organizzato questa enorme macchina. Grazie a tutti gli infermieri che hanno lavorato nelle tre Rianimazioni, due Covid e una non Covid, a quelli venuti da Penne e Popoli e a tutti quelli provenienti da altri reparti: sala operatoria, cardiologia, ematologia chirurgia toracica e neonatologia. È proprio vero che l’unione fa la forza. Noi l’abbiamo provato sulla nostra pelle».
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