Greta Privitera: «Faccio mia la lezione di Antonio»

FRANCAVILLA AL MARE
Greta Privitera, lei è inviata di guerra per il Corriere della Sera. Quando nasce il suo amore per questo mestiere?
«Penso da bambina. Ricordo di quando guardavo le immagini della guerra nel Golfo e mio padre cercava di spiegarmi cosa stava accadendo, cercando anche di insegnarmi che la pace non è mai una cosa da dare per scontata».
E poi?
«Poi ci sono state le guerre nell’ex Jugoslavia, in Ruanda, in Congo, in Iraq di nuovo, in Afganistan… e da allora mi porto dietro un’attrazione profonda per il racconto dei conflitti globali, ma soprattutto per le tante storie delle persone che sono costrette ad attraversarli».
Cosa vuol dire oggi raccontare i conflitti nel mondo?
«Significa raccontare con grande responsabilità le storie delle persone che sono costrette ad attraversarli».
È un mestiere che porta ad essere lontano da casa per mesi.
«Ma sono grata a questo lavoro. Sognavo di farlo e ci sono riuscita. Non è scontato. Ora torno in Israele».
Per le elezioni imminenti?
«E per quello che ancora sta accadendo laggiù».
In poche parole, come descriverebbe il giornalismo sul campo?
«Dare voce alle persone e alle storie».
Come faceva Antonio.
«Proprio così. Antonio ha testimoniato il valore del giornalismo. E per questo il premio Russo ha un significato molto speciale per me. Lui andava in luoghi difficili da raccontare. Tutto questo cerco di farlo mio ogni giorno».
A chi vorrebbe dedicare il premio?
«Sicuramente a mio padre, che mi ha insegnato a guardare il mondo con attenzione». (i.m.)

