Grimaldi: ospedali, è un errore togliere l’obbligo di mascherina

20 Aprile 2023

Dopo il 30 aprile stop alle protezioni. L’infettivologo: andrebbero mantenute fino a dicembre

L’AQUILA. «Mascherine in ospedale almeno fino a dicembre». Alessandro Grimaldi, primario di Malattie infettive all’Aquila, s’iscrive al gruppo di quegli esperti che ritengono ancora utile l’impiego dei dispositivi di protezione individuale, il cui obbligo in tutte le strutture sanitarie – l’ultimo ancora in vigore del pacchetto di misure adottato in pandemia – cesserà domenica 30 aprile.
Mascherine sì o no?
Personalmente sono convinto che negli ospedali, anche per una questione di regole generali, non andrebbe interrotto l’obbligo perché, tutto sommato, dove circolano tanti pazienti, aumenta il rischio di contagio anche minimo. Quindi fondamentalmente – specialmente a protezione di pazienti anziani e fragili, e sono tanti, basta vedere l’età media negli ambulatori – lo ritengo ancora uno strumento valido. Eppure il Covid, ora, non fa più paura.
È vero che, in questa fase, sembra ridursi l’impatto sulla popolazione, ma va sempre adottata la prudenza: non siamo ancora sicuri di nulla. C’è un’evoluzione favorevole, al momento, ma nello stesso tempo non sappiamo come potrà evolvere questo virus. Quindi si potrebbe continuare con un atteggiamento di cautela almeno da qui a fine anno e tenere le mascherine. Si è visto come l’obbligo del loro utilizzo abbia bloccato, ad esempio, i casi di influenza pesante come quelli dell’epidemia stagionale, stavolta arrivata prima, con un ceppo virulento che ha fatto danni importanti e ha causato le sue vittime. Pertanto continuare a indossarle, con costi minimi rispetto a quello a cui si può andare incontro senza tenerle, la ritengo cosa giusta.
Chi deve decidere?
È bene sempre che vi siano direttive di carattere nazionale, ma anche le stesse regioni potrebbero emanare provvedimenti. In paesi di altre aree del mondo, come in quelli asiatici, le mascherine vengono impiegate comunemente. Spesso, nelle grandi città di quelle zone, s’incontrano tante persone che le utilizzano sia a scopo di precauzione sia come antinquinamento sia come anticontagio: non vedo grandi problemi nell’utilizzarle.
Cosa succede, oggi, nei reparti di malattie infettive?
La situazione vede un afflusso minimo, ma stabile, di casi Covid. Si tratta di una patologia ancora pericolosa per i pazienti anziani e oncoematologici, con neoplasia o immunodepressione: in questi casi consigliare la mascherina in ambienti con potenziale contagio rimane una norma di buonsenso. Abbiamo avuto ricoveri per i casi gravi di influenza e poi per le malattie che rappresentano un altro problema: si tratta delle infezioni difficili, resistenti agli antibiotici. Un capitolo per cui il Pnrr prevede anche specifici fondi per la formazione del personale e il contrasto alle infezioni extra-Covid, ma non meno pericolose, di natura batterica e non virale. Alcuni batteri diventano progressivamente resistenti alla gran parte degli antibiotici per cui i pazienti sono da tenere sotto controllo.
Capitolo vaccini. Non se ne parla più?
La sensazione è che non ne voglia parlare più nessuno. Molti pazienti mi chiamano per chiedermi cosa si debba fare, se sia il caso di ripetere la vaccinazione per gli anziani e le persone a rischio e per chi ha superato una certa età. La campagna va portata avanti, visto che c'è una riduzione della protezione a mano a mano che ci si allontana dal giorno di vaccinazione. Molte persone hanno un’immunità cosiddetta ibrida, una più potente forma di difesa in parte data dai vaccini e in parte data dal fatto che molti hanno contratto anche il Covid. Tra un vaccino e l’altro dovrebbero passare da 7-8 mesi fino a un anno per rivalutare la possibilità di fare un richiamo. Il tema è uscito dai radar e dal dibattito comune. Va ribadito che i vaccini salvano dalla forma grave della malattia, pur non esentando dal contagio. E da questo punto di vista c’è stato un abbassamento della guardia. Un conto è essere vaccinati e avere il Covid in forma di faringite o raffreddore e un conto è avere un Covid che ti fa sviluppare una polmonite e ti fa finire in terapia semintensiva mettendo a rischio la vita.
Raccomandazioni in vista dell’estate?
Ai pazienti fragili, a chi fa la chemioterapia e agli anziani l’invito è quello di osservare precauzione nel frequentare ambienti affollati, e soprattutto se chiusi, dove aumentano i rischi di contagio.
Come affronta l’Abruzzo questa fase?
C’è la massima attenzione nel monitorare tutti i fenomeni infettivi e gestirli. Del resto, la pandemia ci ha insegnato a essere pronti a reagire in caso di aumento di nuovi casi, una flessibilità che va allenata. Il caso dei dati resta centrale. I numeri ufficiali sono soltanto la punta di un iceberg: rappresentano un terzo di tutta la patologia complessivamente considerata. Una parte, infatti, rimane sommersa e non viene denunciata perché molti restano a casa e si curano da soli, magari perché hanno sintomi lievi. Dunque, i dati ufficiali non sono lo specchio fedelissimo dello stato di diffusione.